Nella ricorrenza del Santo caro ai malati l’Arcivescovo celebra la Messa nella comunità benedettina di Seregno, punto di riferimento di un vasto territorio per la vita di preghiera e l’approfondimento culturale della fede

di Filippo MAGNI

Dom Michelangelo Tiribilli

Una comunità aperta accoglierà, venerdì 15 gennaio all’abbazia San Benedetto di Seregno, il cardinale Angelo Scola in occasione della Messa solenne per la festa di San Mauro. «È un vero onore, ci rende felicissimi», commenta dom Michelangelo Tiribilli, dal 2014 abate della struttura situata nel centro della città brianzola.

Una realtà dalle porte aperte non solo per i fedeli della città, ma anche per diverse comunità della provincia. «Tra le attività principali che svolgiamo c’è il ministero della Riconciliazione, tutti i giorni dalle 9 alle 11 e dalle 16 alle 18», spiega infatti dom Tiribilli. Servizio prezioso in anni in cui cala progressivamente la presenza dei sacerdoti nelle parrocchie per le confessioni e che si inserisce nella quotidiana alternanza di ora et labora, preghiera e lavoro, dei monaci benedettini olivetani in ossequio alla Regola di San Benedetto. Il ritmo alle giornate è dato dalla Liturgia delle Ore nella chiesa aperta anche ai fedeli, che iniziano con l’Ufficio delle letture alle 6 del mattino e si concludono con la Compieta delle 20.30. Tutti i giorni, alle 18, viene celebrata la Santa Messa, che venerdì sarà presieduta dall’Arcivescovo di Milano.

È la prima volta che Scola visita da Arcivescovo l’abbazia San Benedetto. L’occasione è la festa di San Mauro, devozione molto sentita «di cui si trova traccia anche nei diari del 1939 del cardinale Schuster – ricorda l’abate -, dove viene descritto il particolare affetto di diverse città della Brianza nei confronti del Santo degli ammalati. In occasione della Messa, e anche in quella delle 16, saranno benedetti gli indumenti dei malati».

Fondata nel 1884, l’abbazia fu anche scelta come sede dell’abate generale della congregazione, dom Mauro Parodi, dal 1919 al 1982, quando la sede principale toscana di Monte Oliveto si trovava in ristrutturazione. Oggi la comunità è composta da 12 membri; sei di loro sono sacerdoti. «Il nostro valore per la Chiesa è quello della preghiera, spesso partecipata da fedeli che ci raggiungono per pregare con noi la Liturgia delle Ore, o che ci contattano per la direzione spirituale, o ancora seguono le lectio nei periodi forti dell’anno come l’avvento e la Quaresima», aggiunge dom Valerio Cattana, abate per 20 anni e ora abate emerito. Alle attività religiose si affianca il lavoro manuale: i monaci producono il liquore Olivety, il tipico cerotto e il miele, venduti nel negozietto dell’abbazia.

Fiore all’occhiello della comunità, oltre a una biblioteca da 40 mila volumi, è il Centro culturale San Benedetto, fondato 24 anni fa da dom Cattana su impulso del cardinale Carlo Maria Martini. «Offriamo corsi biblici a tutti i livelli: base, di approfondimento, di esegesi, di teologia, di lingue bibliche – spiega il sacerdote -. Quest’anno gli iscritti sono 300, provenienti da diverse città limitrofe. Bilanciamo culturalmente la tipica industriosità della Brianza», precisa sorridendo. Il successo dell’iniziativa, oltre alla sua costanza nel tempo, è dovuto al livello degli insegnanti: «Sono docenti delle Facoltà teologiche, che sanno affrontare in modo accessibile temi particolarmente alti». All’interno del Centro culturale sono nati anche due corsi più peculiari: uno, di iconografia, insegna dal 2005 a realizzare vere e proprie icone ed è riservato a 5 studenti ogni anno; il secondo, particolarmente attuale, affronta i temi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.

 

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