Il cardinale Scola ha presieduto, in Duomo, la Celebrazione Vespertina in Coena Domini, all’inizio del Triduo Pasquale. Il Rito della Lavanda dei piedi è stato compiuto dall’Arcivescovo su dodici giovani che si preparano alla Vita consacrata

di Annamaria BRACCINI

Messa in coena Domini 2015

La Cattedrale immersa nella penombra, nella quale dodici uomini che porgono il piede per il Rito della Lavanda, ricordano il gesto di Gesù sugli Apostoli, poi, tra le navate ormai rischiarate dalla luce, la Celebrazione eucaristica in Coena Domini.

Tutto parla, all’inizio del Triduo Pasquale, del sacrificio dell’Innocente che, consegnandosi liberamente alla Croce per la salvezza di tutti, consegna a noi la responsabilità di un amore autentico da condividere con i fratelli. Un donarsi nel servizio del quale è simbolo la Lavanda dei Piedi, compiuta dall’Arcivescovo su dodici giovani italiani e di origine straniera, impegnati nei cammini di consacrazione alla vita religiosa: tre benedettini, un premonstratense, tre cappuccini, un appartenente alla comunità monastica ecumenica di Dumenza e quattro giovani del Pime. E ciò per sottolineare l’Anno dedicato da papa Francesco, appunto, alla Vita consacrata, evidenziato anche dall’animazione liturgica proposta da alcune religiose.

In Duomo, affollato di tanti fedeli – concelebrano oltre quindici sacerdoti, tra cui due Vescovi–- la Messa nella Cena del Signore diviene, così, richiamo a riconoscere Gesù nella sua Passione, morte e Risurrezione, imparando dalla successione degli eventi prefigurati nel Primo Testamento e resi presenti dal Vangelo di Matteo, e a fare di Lui, pane da spezzare ogni giorno, come invita l’Epistola paolina ai Corinzi. Con quell’amore che, dice l’Arcivescovo, «trasforma ogni circostanza, soprattutto di segno negativo – ogni sofferenza, perfino ogni ferita inferta all’uomo dall’uomo – in un fatto positivo in quanto luogo privilegiato per fare esperienza della Sua misericordia».

E se Cristo si serve del nostro peccato, «là ci viene a ripescare per riportarci al cuore di noi stessi, al vero rapporto con il Padre, con gli altri, con la nostra vera libertà», è chiara la sua “lezione” di amore e di donazione. Tanto più, oggi, quando «si chiama amore tutto e il contrario di tutto, l’amore che si affievolisce e si raffredda, tersformandosi nel suo opposto, nel puro piacere egoistico, qualsiasi forma prenda, anche le più sofisticate e intellettuali».

Al contrario, quel Gesù inchiodato alla Croce è maestro del bell’amore che attrae e conquista e per cui «partecipando all’Eucaristia, siamo introdotti nella logica del dono come legge piena della vita». È questa, suggerisce Scola, la “forma eucaristica” dell’esistenza da portare “fuori” dalle chiese , da vivere quotidianamente, dimorando, quali fratelli in Cristo, nella comunione. D’altra parte, è appunto la “chiesa in uscita”, cara a papa Francesco, che libera dalla paura, dalla chiusura nelle strutture di “false protezioni” e che garantisce la possibilità di condividere il cibo spirituale e concreto con tutti.

Il pensiero va a Milano e ai grandi appuntamenti che l’aspettano: «L’invito di Gesù comprende certamente la condivisione del cibo – e conosciamo bene anche in questa nostra metropoli la mancanza dei mezzi di sussistenza elementare per molti e la generosità di tanti verso chi è nel bisogno –, ma non si ferma a questo. A imitazione del loro Signore, i cristiani vogliono condividere con i fratelli tutta la loro persona e l’ esistenza. Expo è ormai alle porte e la Chiesa intende in questa occasione testimoniare, con le parole e con le opere, questo modo intero di affrontare i bisogni dell’uomo. Intende farlo come faceva Gesù che dilatava il bisogno in desiderio. Gli apostoli avevano bisogno di lavarsi i piedi. Gesù, che è figlio di Dio si fa carico di quel banale – per un giudeo – bisogno, ma lo trasforma in un segno potente del Suo amore che libera».

«Guardiamo a Lui, prendendo in mano e contemplando una croce anche piccola, ma con il Crocifisso, parliamo con Lui che sempre si prende cura di noi».

Poi, a conclusione della Celebrazione, l’Eucaristia viene portata in processione, all’altare della Riposizione, dove resterà fino alla Veglia Pasquale 

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