Il Cardinale ha dato inizio alla Visita pastorale nel Decanato Villoresi. Tanti i temi affrontati, dal matrimonio all’accoglienza, dal lavoro al rapporto tra fede e cultura

di Annamaria BRACCINI

Visita pastorale Decanato Villoresi

«Tanti di noi sono qui dopo una giornata di lavoro vissuta a Milano. La accogliamo con grande gioia: tutti guardiamo a Gesù e attendiamo, attraverso il suo Pastore, di essere confermati nella fede, nuovamente dediti agli ultimi della fila e a chi chiede di vivere in modo più umano». Nella parrocchia di San Gervaso e Protaso a Parabiago inizia, così, con le parole del decano don Felice Noè, lo scambio di pace e la preghiera di Sant’Ambrogio, l’assemblea ecclesiale che vede riuniti un gran numero di fedeli per l’avvio della Visita pastorale feriale al Decanato Villoresi, nella Zona pastorale IV. Decanato popoloso, molto attivo e articolato, composto da 17 parrocchie diffuse sul territorio di 9 Comuni, per un totale di oltre 106 mila abitanti. A Parabiago, dal 21 settembre scorso, ha sede anche la Comunità seminaristica adolescenti.

L’Arcivescovo, salutato dai giovani prima di entrare tra gli applausi in chiesa, parte proprio dal significato della sua presenza e da quello più complessivo della Visita pastorale, che spiega essere un obbligo di ogni Vescovo. Invitando a vivere il momento assembleare con un atteggiamento di confessione, di ascolto fecondante e di comunione – eucaristico in senso pieno -, il Cardinale cita la Lettera apostolica di papa Francesco per la conclusione del Giubileo, intitolata con la bella espressione di Sant’Agostino Misericordia et misera.

Chiaro, poi, lo scopo della Visita: la frattura tra la fede e la vita, «che non può impedirci di vedere come tanti fratelli abbiano messo la fede tra parentesi, pur essendo oggi la partecipazione più convinta e di qualità». Che fare, allora? «Educarsi al pensiero e ai sentimenti di Cristo e portare con noi il Signore in ogni momento e ambiente della vita quotidiana», a partire dall’individuazione di quei gesti concreti che saranno il frutto della Visita, la cui articolazione viene illustrata in conclusione dal vicario episcopale di Zona, monsignor Giampaolo Citterio. 

La fedeltà radice del «per sempre»

Iniziano le domande: Raffaele chiede «come valorizzare la scelta del matrimonio», Ugo «come è possibile evangelizzare il mondo del lavoro riscoprendo il suo aspetto creativo».

«La vertiginosa crescita delle convivenze e la difficoltà di assumersi un impegno per sempre nel matrimonio cristiano sono un segno evidente di tale scristianizzazione – avverte Scola -. Dobbiamo interrogarci, in quanto il “per sempre” è nella natura stessa dell’amore, altrimenti non saremmo nemmeno capaci di amare. Infatti, la fedeltà – come ha scritto von Balthasar – è un contenuto strutturale dell’amore, perché permette sempre di riallacciare i legami con gli altri anche nei momenti di difficoltà. Bisogna testimoniare tutto ciò di fronte alla paura che trattiene i giovani dall’assumersi una responsabilità che pure ha i suoi elementi di rischio. Ognuno di noi costruisce nella vita se ha dei rapporti stabili: la libertà non si guadagna moltiplicando o distruggendo i rapporti, ma stabilizzandoli. Come è bello vedere sposi che hanno cinquanta o addirittura settant’anni di matrimonio! Diciamolo ai giovani». La risposta delle decine di ragazzi che siedono anche per terra, sull’altare accanto al Cardinale, è un applauso immediato. «Per questo è necessario educarsi al pensiero di Cristo, in questo contesto e anche sul lavoro. La questione prima è il porsi e la consistenza del soggetto che comunica con libertà il gusto del vivere, comprese le fatiche che sperimenta. La radice dell’evangelizzazione è un soggetto e una comunità che vivono amando perché si ama Gesù. Sosteniamoci in questa modalità di comunicazione semplice e spontanea».

«Continui e assidui nella testimonianza»

Ancora interrogativi da Marco e Giacomo: «Come crescere nella fede, far crescere il pensiero di Cristo ed essere una Chiesa aperta e solidale?»; «Come aiutare i giovani a essere continui e assidui nella testimonianza della fede?».

«I laici stanno riscoprendo il loro ruolo di protagonisti nella Chiesa», ed è molto importante, sottolinea l’Arcivescovo. Il riferimento è alla Lettera pastorale Alla scoperta del Dio vicino con i quattro “fondamentali” tratti da Atti 2, 42-47. «Questa è la strada per crescere nel pensiero di Cristo e per portarlo ai nostri fratelli, sfuggendo al rischio di un modo intimistico di vivere la fede. Anche se siete una realtà ricca e vivace, non è possibile stare ad aspettare “sotto il campanile”. In questo tempo drammatico e magnifico, se prendiamo sul serio i fondamentali del cristianesimo, iniziamo a sentire il fascino dell’appartenenza alla comunità e non ci si stanca più. Nella nostra società segnata da un narcisismo divenuto, ormai, autismo spirituale, è fondamentale la continuità nella testimonianza, che non è semplice buon esempio. La si raggiunge solo se vediamo la mano di Dio in ogni circostanza della nostra storia, bella o brutta che sia».

La sfida dell’accoglienza

Arrivano le ultime due domande: «Come vivere il Vangelo della Misericordia in questo mondo dai tanti bisogni, rilanciando la presenza delle Caritas?»; «Come devono muoversi le comunità per rendere la fede cultura e per affrontare le grandi questioni di oggi?».

«Il tema dei migranti è una delle prove serie e impegnative che la Provvidenza ha messo sulla nostra strada di europei. A mio modo di vedere sono tre i soggetti che entrano in campo – scandisce l’Arcivescovo -: la Chiesa che si fa prossimo con una prima accoglienza; poi, le istituzioni italiane, europee e mondiali che devono promuovere un’equilibrata politica dell’immigrazione (vi è necessità di un nuovo Piano Marshall); infine, c’è la società civile che già sta facendo tanto, con l’integrazione nelle scuole e negli oratori, per esempio». L’invito è a ripetere con regolarità gesti di vicinanza anche per le necessità “della porta accanto”, magari donando un poco del proprio tempo libero agli anziani soli o ai disabili. «Fate questo con semplicità». 

Infine, la risposta conclusiva, che è il suggello dell’intero dialogo: «Per affrontare le grandi questioni di oggi bisogna fare un’esperienza autentica di rapporto con Dio, con gli altri e se stessi. Qui è la trama della vita quotidiana. La fede diventa cultura solo se è un’esperienza reale».

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