Nella serata del IV anniversario della scomparsa del Cardinale, l’Arcivescovo e il Sindaco hanno assistito all’affollata proiezione del documentario “Carlo Maria Martini profeta del Novecento”

di Annamaria BRACCINI

AUDITORIM S.FEDELE MARTINI

«Un invito al lavoro per affrontare criticamente la realtà» e «una testimonianza che fa molto pensare». Nelle parole, rispettivamente, del cardinale Scola e del sindaco di Milano Beppe Sala, c’è tutto il senso del bel docufilm prodotto dalla Rai Carlo Maria Martini profeta del Novecento, di Antonia Pillosio e Giuseppe Sangiorgi che, proiettato all’Auditorium San Fedele, conclude la giornata di ricordo del Cardinale. Di fronte a un pubblico folto e attento – l’Arcivescovo e il primo cittadino siedono accanto -, padre Carlo Casalone, presidente della Fondazione Martini, presenta il filmato e la pubblicazione del secondo volume dell’Opera Omnia martiniana dedicato agli Esercizi Spirituali sui Vangeli.

«Martini è profetico e assai contemporaneo, che significa che anche dopo la vita si può testimoniare il pensiero attuale», nota Sala che – da «cittadino milanese» come si definisce – richiama le ragioni del Cardinale che seppe intuire «la malattia dei colletti bianchi nel 1984, il senso dell’integrazione con cui Milano allora si misurava e dell’integrazione che la metropoli vive oggi con l’immigrazione, un tema davanti al quale non ci si può girare dall’altra parte. C’è la tendenza a distinguere tra chi “fa” e chi “pensa”: Martini dimostra che un uomo di cultura è anche capace di fare. Ripartiamo dal fatto che per far bene le cose bisogna studiare e impegnarsi. Nel mio mestiere – sono fiero di fare il sindaco – avere di fianco la Chiesa e i suoi rappresentanti è importante e aiuta. Martini lo ha fatto per tanti anni, io stesso sono molto spesso in contatto con il cardinale Scola. Non c’è la Chiesa da un lato e la società dall’altro: c’è l’amore per la città che spinge a fare le cose».

«Questo documento è un invito al lavoro, perché manca una storia del cattolicesimo ambrosiano dopo la guerra, una visione di come si sia evoluto il mondo cattolico dal 1945 in avanti, di cui questa vicenda è un elemento, più che un semplice frammento», spiega l’Arcivescovo, ricordando di essere rimasto affascinato dalla polivalenza capace di unità del predecessore, fin da quando lo conobbe alla fine degli anni Settanta. «Ciò che mi ha colpito vedendo questo film è il criterio di metodo martiniano che ne emerge: assecondare criticamente la realtà. Von Balthasar lo ha espresso con il titolo del suo libro Abbattere i bastioni e Martini lo ha fatto, mentre proprio questo è ciò che è mancato, in particolare, al cattolicesimo italiano negli ultimi decenni», suggerisce Scola. «La sua fu la potenza del gesuita e dell’uomo umile che accetta la Parola di Dio e l’iniziativa della Provvidenza. Ciò gli permise di andare incontro a tutte le situazioni, assecondando con giudizio la realtà. Se c’è un dramma oggi in Europa è che si manca la realtà. Mettiamoci al lavoro».

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