Il Cardinale ha dedicato l’altare della parrocchiale dei Santi Ippolito e Cassiano, visitando in precedenza la “Fondazione Ferrario”. Ai moltissimi fedeli riuniti per la celebrazione, ha richiamato il martirio dei cristiani appena da lui visitati in Iraq, e indicato la necessità di essere «portatori della vita bella che la fede permette»

di Annamaria BRACCINI

Scola_Vanzago

Prima si ferma tra gli anziani della “Fondazione Ferrario”, l’RSA che, a Vanzago, proprio davanti al Municipio e a pochi metri dalla chiesa, accoglie centotrentasette ospiti non autosufficienti e affetti da difficoltà cognitive multifunzionali, tra cui anche malati di Alzheimer. Il cardinale Scola, arriva in questa bella e verde zona a nord ovest di Milano, per la liturgia della Dedicazione dell’altare della parrocchiale dei Santi Ippolito e Cassiano. All’ingresso della Fondazione, prima tappa della sua intensa mattinata vanzaghese, viene accolto dai chierichetti, tra cui ci sono anche alcuni ragazzi che hanno ricevuto, con tutti i loro coetanei del paese, la Cresima in Duomo, il 24 maggio scorso: “me l’hai data tu”, dice piuttosto direttamente uno di loro al Cardinale.

Il benvenuto viene offerto a nome della Fondazione dal vicepresidente, Piergiorgio Caccia, che rileva l’importanza di assistere gli anziani, sostenendo anche le famiglie nell’accompagnamento e nella cura della persona fragile «che è l’unico scopo del nostro agire quotidiano», come accade per il reparto aperto “Polaris” nato all’inizio di quest’anno per coinvolgere nel caregiver, appunto i familiari.

«Sono molto lieto di iniziare la mia visita tra voi», sottolinea l’Arcivescovo, rivolgendosi ai molti ospiti presenti nella struttura nata nel 1962, «perché questo è un luogo benedetto per la realtà del vostro Comune. La vostra vita, che avete speso per la famiglia e la comunità, mantiene un valore altissimo nel dare un segno preciso di cosa significhi essere nonne e nonni, bisnonni».

Dopo un Padre nostro, un’Ave Maria e la benedizione degli anziani, si avvia la processione che, accompagnata dalla banda musicale di Vanzago, dai ragazzi impegnati nell’oratorio feriale, giunge nella chiesa gremita. A nome di tutti – concelebrano diversi sacerdoti – l’indirizzo di saluto è del parroco, don Antonino Martelozzo. Nella sua voce l’emozione di ritrovarsi nella chiesa rimasta chiusa per due anni e mezzo, a causa di un’ampia ristrutturazione che ha anche comportato lo spostamento dell’altare.

«Eminenza le porgo a nome di tutti il benvenuto a Vanzago, questa partecipazione è il frutto della collaborazione di tanti laici. Tutti insieme rendiamo attiva questa nostra Comunità che cerca di essere sul territorio una testimonianza di Cristo risorto».

Di fedeli fortunati «perché possono essere presenti a questo gesto», parla anche il Cardinale, che spiega: «la Dedicazione dell’altare è un fatto che non si ripete, quindi voi siete i testimoni privilegiati di un avvenimento che dovete raccontare ai giovani e ai piccoli».

Un compito decisivo – questo – «per costruire la Chiesa e, nello stesso tempo, per “fare” una civiltà autentica trasmettendo i fatti principali della storia di un paese che ne formano la tradizione su cui innestare la vita della Comunità ecclesiale e civile».

Nel riferimento alla gioia, anzitutto, del Signore come si legge nel Libro di Neemia, nasce un’ulteriore osservazione di Scola, legata anche al viaggio in Libano e in Iraq dal quale è tornato solo da poche ore. «Ieri ero nel Kurdisthan iracheno e ho potuto vedere molti dei 120.000 cristiani che hanno dovuto lasciare tutto in una notte, e che ora sono ora in una situazione di precarietà spaventosa sotto il sole a cinquanta gradi. Eppure nei genitori provati, nei vecchi, nella massa sterminata dei bambini ho trovato una grande gioia per la fede. Quella stessa che noi europei, troppo egoisti e individualisti, dimentichiamo. Il grande peccato del!’Europa e l’oblìo, proprio perché non seminiamo più la gioia del Signore: per questo spesso siamo smarriti, assistiamo ad atti di ipocrisia, alle grandi tragedie di cui siamo testimoni. Magari siamo generosi negli aiuti – che pure restano insufficienti –, ma dimentichiamo Dio, mentre è fondamentale l’idea che Gesù è sempre con noi».

Chiara la conseguenza che l’affidarsi alla roccia certa di Cristo, comporta: «Dobbiamo fondarci molto di più nel rapporto quotidiano con il Signore, con la Vergine, con i nostri Santi in modo che la fede entri nelle nostre case, nelle famiglie, negli affetti, nel rapporto con cui vivere la festa e il lavoro, nell’affrontare il male fisico e riconoscere quello morale chiedendo perdono».

Una consapevolezza, continua l’Arcivescovo, che ci deve «rendere capaci di carità e di comunione effettiva aperta a tutti, anche agli immigrati che vengono tra noi da accogliere in maniera equilibrata»..

E tutto questo per divenire, come scrive san Paolo nella Lettera agli Efesini, “concittadini dei Santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù». Insomma, per essere “pietre vive” della Casa del Signore e costruttori del tempio vivente, la Sua Chiesa. «Così, la gioia si distende», scandisce il Cardinale e «si può superare l’egoismo generando vita e relazioni autentiche, anzitutto in famiglia».

Tema su cui ill’Arcivescovo, dopo la liturgia della Dedicazione, torna in conclusione, nella chiesa ormai inondata di luce: «Il gesto appena vissuto rende l’uomo compiuto come i Santi. Ho visto la grande vitalità delle vostre due parrocchie e vi incoraggio a continuare su questa strada, entrando nella Comunità pastorale, anche se questo chiede disponibilità al cambiamento».

Il pensiero è alla prossima riunione in Comunità di Vanzago con Mantegazza Rogorotto, a cui ci si sta preparando da tempo e alla quale l’Arcivescovo tiene particolarmente, come dice, «perché l’importanza della Comunità pastorale non viene tanto dalla mancanza di preti – seppure ciò è un fatto – ma dal suo significato profondo: la missionarietà, cioè la comunicazione della vita bella che la fede ci permette». Un’azione nella quale la famiglia deve essere impegnata e coinvolta come soggetto di evangelizzazione, affrontando la sostanza della vita comune con lo sguardo della fede. «Fede che ancora è presente nelle nostre Comunità cristiane ambrosiane e lombarde, troppo spesso, tuttavia, dominate dalla mentalità corrente», evidenzia Scola.

Come a dire: occorre tutelare i diritti di tutti, ma bisogna dire che si chiama famiglia solo l’unione stabile, aperta alla vita tra un uomo è una donna.

Infine, dopo l’invito ai giovani perché imparino cosa sia l’amore vero e sappiano riconoscere la loro vocazione, anche nel donare la propria vita interamente al Signore, un’ultimissima notazione: «Ricordate che uno dei segreti del progresso in Lombardia è stata la collaborazione, nella distinzione dei ruoli di ciascuno, tra la sfera religiosa e quella civile».E sembra, allora, quasi una risposta – nello stringersi gioioso della gente intorno al Pastore –, il dono del sindaco, Guido Sangiovanni: un volume dedicato a cento anni di storia sociale a Vanzago.

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