In Duomo il cardinale Scola ha presieduto il Pontificale nella Solennità di Tutti i Santi, indicando la presenza, spesso sconosciuta, di una santità quotidiana e semplice

di Annamaria BRACCINI

ognissanti 2013

La santità dei ‘grandi’ della fede e quella sconosciuta, quotidiana, di uomini e donne che, ogni giorno, affrontano la vita le le sue tante prove, con coraggio e umiltà.
Il cardinale Scola presiede in Duomo – oltre cinquemila i fedeli presenti – il Pontificale di Tutti i Santi, con la Messa in latino, come avviene solo nelle grandi solennità, a Natale, a Pasqua, per l’ Epifania. Accanto a lui il Capitolo metropolitano, i Pueri cantores della Cappella musicale del Duomo intonano canti composti da monsignor Migliavacca, negli anni, per questa ricorrenza liturgica, il Cardinale indossa – è la prima volta per lui come Arcivescovo di Milano – un prezioso paramento che qualcuno chiama di San Carlo. E’ la Giornata della Santificazione universale, in cui si proclama la pagina delle Beatitudini dal Vangelo di Matteo, e da questo “manifesto della santità”, come è stato definito, prende avvio la riflessione dell’Arcivescovo.
«Le Beatitudini descrivono, anzitutto, la personalità di Gesù. Il Santo per eccellenza, cioè l’uomo compiuto, che accettando di umiliarsi fino alla morte, fu esaltato nella risurrezione». E’ questo il paradosso dell’amore che rovescia tante logiche dell’oggi, che rende la santità ancora attraente, che permette di riconoscerla, appunto, anche nella quotidianità, con il dono di quella sorta di “anticipo del Regno dei cieli” che i nostri cari già passati all’altra vita possono godere.
Chiarissimo, su questo, l’Arcivescovo: «Su questa terra le beatitudini che intravediamo sono ancora mescolate con molte prove fisiche e morali, il rovesciamento della logica dell’amore non è ancora pienamente in atto. E tuttavia già da qui noi possiamo toccare segni significativi della loro efficace presenza». Testimonianze semplici, ma formidabili, come quelle che – sottolinea il Cardinale – egli stesso vede, come Pastore, nelle sue frequenti visite alle parrocchie o in Duomo, con il sorriso di sposi al loro mezzo secolo o più di vita coniugale, nella serenità dei malati, in mamme pronte a dare la vita per il figlio, in giovani che scelgono l’amore per sempre, nel matrimonio o nella via della consacrazione al Signore.
E scandisce, ancora, l’Arcivescovo «Penso all’impegno denso di carità e di giustizia di condivisione di quanti donano tempo per edificare la vita buona nella società civile partendo dal bisogno dei più poveri, bisogno crescente anche nelle nostre terre, penso a chi rischia, assumendo responsabilità socio-politiche in un Paese come il nostro che più che mai – è sotto gli occhi di tutti – domanda virtù civiche mosse da autentici ideali». E se il pensiero – «con grandissimo dolore» – va anche ai cristiani perseguitati in tante parti del mondo, ai trucidati recentemente in Siria; se – ammette il Cardinale – «a nessuno è risparmiata la drammaticità del dolore e della prova», occorre comunque guardare con speranza al nostro cammino, proprio perché «non sono pochi i frutti della semina che il seminatore buono continua a gettare nel campo del mondo». Come i santi con il loro fascino e il loro essere sempre misteriosamente presenti nell’esemplarità vissuta e indicata a tutti. Santi: non solo, naturalmente, quelli canonizzati e famosi, perché come ricorda papa Francesco – la citazione è dalla Lumen Fidei – , «La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde. La fede si trasmette nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma».

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