Nella chiesa di San Martino e l’Immacolata l’incontro dell’Arcivescovo con i fedeli del Decanato di Bresso, ai quali ha raccomandato di vivere ogni giorno la fede con stile semplice e spirito di comunione

di Annamaria BRACCINI

Cusano Milanino5

Le parole del XXII capitolo dei Promessi Sposi aprono la Vista pastorale del cardinale Scola nel Decanato di Bresso, che accoglie Brusuglio, buen retiro di Manzoni. Una realtà decanale popolata da oltre 65 mila abitanti: tre Comuni – Bresso, Cusano Milanino e Cormano – e altrettante Comunità pastorali, cui si aggiunge una singola parrocchia a Cormano. Un Decanato toccato dall’immigrazione, dalla crisi e dalle profonde modificazioni del tessuto sociale, come spiega, in apertura il decano don Angelo Zorloni nella gremita chiesa di San Martino e l’Immacolata a Cusano Milanino, mentre anche un’altra sala collegata si affolla.

Nel cuore dell’Innominato

Si parte appunto con il racconto della Visita pastorale del cardinale Federico Borromeo e con «quel trasporto tra tanta gente diversa che incuriosiva l’Innominato». Dopo la breve introduzione sull’articolazione e le ragioni dell’iniziativa – «cos’è la Visita pastorale? Un dovere del Vescovo. Che cosa è questa Visita, in specifico? Una scelta feriale che si inserisce nella vita quotidiana cercando di realizzare quel rinnovamento del cuore che desideriamo» -, il Cardinale aggiunge: «Stasera siete venuti qui con lo stesso desiderio che era nel cuore dell’Innominato e che è più di una curiosità. Per questo voglio farvi notare che, quando i cristiani si incontrano convocati dall’Arcivescovo, devono avere lo stesso atteggiamento della convocazione domenicale, per vivere la passione, la morte e la risurrezione di Gesù da cui, attraverso l’Eucaristia, scaturisce la Chiesa. L’assemblea ecclesiale dovrebbe essere sempre un prolungamento dell’Eucaristia che determina capacità di ascolto e di giudizio. Lo scopo della Visita, inoltre, è legato alla Lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo e alle indicazioni pubblicate questo anno». Una necessità di conformarsi ai sentimenti del Signore che nasce da una constatazione: «Soprattutto partire dal 1972, da quando il Movimento studentesco prese un certo tipo di andamento, è cresciuta la separazione tra fede e vita che è divenuta sempre più marcata. Il fossato si è allargato e oggi rischiamo di giudicare con il pensiero dominante grandi temi come il lavoro, il riposo, la famiglia, il male fisico e morale, l’edificazione dell’amicizia civica, come se la nostra appartenenza a Cristo non contasse».

Frammentarietà e fragilità affettiva

Poi il dialogo. Due giovani, Emanuele e Matteo, parlano delle difficoltà della loro età e della famiglia come soggetto di evangelizzazione. «Non ci sono ricette preordinate, perché nella vita non ci sono istruzioni per l’uso – chiarisce subito Scola -. Tuttavia, certamente la situazione che abbiamo davanti può essere descritta dalle due espressioni di autismo spirituale e di fragilità affettiva. È come se l’individualismo contemporaneo avesse accentuato la mancanza di relazione. Tutto questo ha portato a una frammentazione della vita che è resa ulteriormente pesante in una società che gli anglosassoni definiscono multitasking. La frammentarietà diventa l’attitudine dominante e questo produce fragilità affettiva. Eppure non dobbiamo avere la psicologia del lamento, del “corvo”. Ora tutti, specie tra i più giovani, parlano di libertà e felicità: questi sono, appunto, i contenuti del Vangelo e dobbiamo comunicarlo».

Il discorso si rivolge direttamente ai presenti: «Se vuoi essere compiuto e felice, cambia lo stile dei rapporti, stàccati dai beni. Mettiti in una relazione mutata e sarai libero, anzi, come insiste Gesù, libero davvero. Se ti lasci toccare dall’incontro con Cristo e lo vivi nella comunità cristiana, inesorabilmente lo comunicherai. Non c’è bisogno di inventare strategie: siamo noi i primi attori, ma poiché l’io è immerso nel noi, saremo insieme una comunità che parla della bellezza del Vangelo», suggerisce Scola, laddove, per esempio, «la scissione anagrafica non favorisce l’appartenenza comunionale. E questo vale anche per la famiglia, che è Chiesa domestica, soggetto di evangelizzazione».

La Comunità e l’oratorio

Ancora interrogativi da Paolo e Gabriella: «Come vede le Comunità pastorali, il ruolo del sacerdote nel futuro e l’oratorio ambrosiano di domani?». «Sono contento che qui registriate una modalità positiva e di crescita delle Comunità, di cui ragione ultima è la testimonianza missionaria – risponde -. Le Cp sono una modalità geniale per rispondere alla sete di Cristo che i nostri fratelli, anche inconsapevolmente, vivono. Il sacerdote, se genera senso di appartenenza alla comunità come coinvolgimento libero, totale, carico di un atteggiamento di confessione, svolge il suo compito principale. Ma ciò non si realizza attraverso una somma di iniziative o in una parrocchia che offre solo bellissimi servizi. Chiediamoci se ci educhiamo veramente al gratuito. La rinascita dell’oratorio – come per ogni aspetto ecclesiale – può partire da un bisogno concreto, come faceva sempre Gesù, tendendo a proporre integralmente i “fondamentali” della fede con semplicità: magari invitando i nostri giovani a trascorrere una o due ore con anziani soli o con disabili. Bisogna fare questo regolarmente, perché solo la ripetizione educa l’uomo. I Gruppi familiari sono necessari, ma non bastano, bisogna giocarsi in prima persona. Se le nostre famiglie aprissero le case così, la famiglia diventerebbe davvero soggetto di evangelizzazione».

Infine si torna ai temi della Comunità educante e dell’immigrazione (questione particolarmente sentita, perché a Bresso ha sede il Centro richiedenti asilo “Cara” che ospita circa 350 persone). «La Comunità educante è un metodo con cui superare la frammentazione, specie dei più giovani – spiega Scola -. Un tempo ricostruivamo il mondo in oratorio e lì si cresceva, ma adesso non è più possibile. La Comunità educante è, dunque, il tentativo di accompagnare il ragazzo attraverso tutti i compartimenti stagni che deve vivere ogni giorno. Non è una struttura in più, ma un modo di sperimentare le relazioni tra gli attori in gioco, in modo informale, nella vita di ogni giorno, tenendo d’occhio i ragazzi».

Immigrazione e amicizia civica

Sull’immigrazione: «È un processo storico che, al massimo, si può orientare, ma che non chiede il permesso di accadere. Perché diventi un’opportunità di crescita, però, bisogna orientare bene e ciò dipende, ancora una volta, dai soggetti che ne sono coinvolti. La prima cosa è comportarsi da cristiani, con un “farsi prossimo” di primo intervento. Altro è il compito delle Istituzioni, che devono equilibrare il processo, con una sorta di Piano Marshall. Una politica equilibrata implica aiutare i territori di origine dei profughi, perché la gente non parta. La politica, almeno europea, deve fare il suo mestiere e qui si capisce l’importanza di un impegno civile di tutti, teso all’amicizia civica. Ricordiamoci che nel dialogo di fecondazione, di ascolto reciproco, non solo non si perde la propria identità, ma la si conferma, anche perché un’identità non dinamica non ha vita».

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