Visita pastorale al Decanato di Peschiera Borromeo. Domande e risposte si sono alternate nell’assemblea ecclesiale svoltasi nella parrocchia Sacra Famiglia in Bettola affollata di fedeli laici e sacerdoti

di Annamaria BRACCINI

Visita pastorale Peschiera Borromeo

A sud di Milano, il cardinale Scola arriva a Peschiera Borromeo per visitare il Decanato omonimo, nato nel 2006 tra le due grandi direttrici della Paullese e della Rivoltana e che ingloba i tre Comuni di Pantigliate, Mediglia e Peschiera, per un totale di 40 mila abitanti e dieci parrocchie, di cui sei inserite rispettivamente in Unità e Comunità pastorale. È il 34° da lui toccato.

La chiesa che si affolla è quella della Sacra Famiglia in Bettola, appartenente alla Comunità pastorale San Carlo Borromeo, il cui responsabile don Gianni Cesena accoglie l’Arcivescovo col decano don Claudio Carboni. «Vogliamo interrogarci su come tornare a fare cultura nella fede, condividendo un cammino decanale in un contesto che non ha un radicamento storico come altrove o emergenze gravissime», spiega don Carboni. Il Decano richiama la domanda che sorge – «e ora?» -, poiché si percepisce che un’epoca è finita, ma non si sa cosa fare.

«La vostra partecipazione, così numerosa, alla Visita pastorale feriale è già una risposta e una consolazione – nota l’Arcivescovo -. Non è un caso che ci troviamo in chiesa: infatti non stiamo facendo una riunione, ma un’assemblea ecclesiale, perché noi cristiani non siamo un partito o un’istituzione che deve conquistare adepti, ma siamo, appunto, una realtà ecclesiale».

Giusto, quindi, iniziare «con un atteggiamento umile di riconoscimento del proprio limite che ci spalanca a un ascolto fecondante», atteggiamento con cui si avvia infatti anche l’assemblea eucaristica. «Abbiamo voluto una Visita che vedesse la presenza del Vescovo subito, e non alla sua conclusione, per riconoscere la nostra identità», chiarisce ancora il Cardinale, delineando i tre passi successivi della Visita stessa e lo scopo: «Il superamento della frattura tra fede e vita da realizzare nell’educarsi al pensiero di Cristo», in un mondo in cui sta mutando rapidamente il senso della vita e della morte, dell’educazione dei figli, dell’edificazione della società. «Questioni su cui rischiamo di ragionare e giudicare secondo la mentalità dominante e quella dei mass media, mentre dobbiamo porci come comunità vitale che ritrovi il volto bello di Gesù e ricominci a interpretare i grandi cambiamenti in atto con il Suo sguardo. Non è questo un pacchetto di verità prestabilite, ma uno stile, una mentalità, un modo di guardare alla realtà come fu quello di Gesù, pieno di commozione».

Tra domande e risposte parte così il dialogo con l’Arcivescovo: si parla di Comunità e Unità pastorali e del ruolo dei laici. «Prima di tutto bisogna mettere in campo il soggetto personale. La questione non è organizzativa, non è cercare strategie nuove, lamentarsi, raggiungere i cosiddetti “lontani”. In verità non esiste nessuno che sia lontano dalle esperienze che costituiscono la vita umana. Il problema vero è essere non depressi e melanconici, elaborando continuamente idee, ma giocarsi in prima persona. Il fatto che possiamo offrire la fatica di essere qui stasera per il Signore dimostra che è importante il “per Chi” compio tale gesto. Non per un ruolo, ma perché siamo convinti che, avendo incontrato Cristo, dobbiamo comunicarlo. Questa è la strada per il cambiamento della mentalità e per acquisire i criteri nuovi di discernimento». Di quella intelligenza necessaria per affrontare le sfide e assecondare la vita, col massimo di realismo possibile, tenendo ben ferme due condizioni fondamentali: «Non esiste un cristianesimo individuale: ne esiste uno personale, perché ognuno di noi è sempre in relazione, inserito in una comunità, immerso nelle relazioni. Il frutto potente dell’Eucaristia è la Chiesa, ci raduniamo dalle nostre case per viverla e diventiamo, in questo modo, Chiesa. I criteri, i “fondamentali” che Gesù ci ha dato – l’Eucaristia illuminata dalla Parola di Dio, il tentativo di comprendere la realtà con il Suo sguardo, l’educarsi al gratuito – devono essere vissuti ogni giorno. Nella Chiesa non c’è mai stato un tempo come l’attuale, in cui tutti, pur nella differenza dei compiti, siamo soggetti attivi di vita ecclesiale».

Ancora, si parla di famiglia come soggetto di evangelizzazione e del fenomeno dell’immigrazione, «che ci fa sentire spesso inermi». «Sono due temi che esprimono la natura drammatica del tempo che stiamo attraversando. L’8 aprile verrà resa pubblica l’Esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco Amoris Laetitia. Sull’amore nella famiglia, che sarà importante rileggere e approfondire insieme – sottolinea Scola -. La parola “soggetto” appare nel suo intero significato se valorizziamo tutte le relazioni che ci sono donate dall’avere in comune Cristo Passo, Morto e Risorto. La parentela del sangue è il luogo in cui la potenza del dono di amore di Gesù e la nuova parentela deve manifestarsi». Come a dire che la famiglia, Chiesa domestica e soggetto di evangelizzazione, chiede un sano protagonismo, «nell’incontro tra famiglie, affrontando i problemi concreti, riunendosi in casa, dialogando con sincerità e semplicità. Questa è la priorità che favorirebbe anche la nascita di un laicato maturo, capace di far sentire tutta la sua influenza benefica. Gli strumenti sono molti, ma la difficoltà è l’emergere del soggetto».

E sull’immigrazione: «Non dimentichiamo che stiamo vivendo l’epoca della storia col maggior numero di martiri. Il nostro compito è la prima accoglienza – il ruolo del buon samaritano -, mentre, alle istituzioni compete elaborare una politica equilibrata di accoglienza, ma anche di sicurezza a fronte della tragedia del terrorismo, davanti a cui non possiamo girare lo sguardo dall’altra parte. Infine c’è la società civile. Tuttavia, senza un oggetto globale, sarà impossibile governare questo fenomeno strutturale e ormai storico. Bisogna saper accogliere con criterio e, per noi, col pensiero di Cristo».

A conclusione della serata le domande sono su come confrontarsi sui temi etici» e, da un giovane, sui propri coetanei. «Valutate ogni cosa e trattenete ciò che ha valore. È la strada per un atteggiamento critico. Suggerisco di essere sempre preoccupati di fronte alle problematiche strutturali. Domandatevi come la Chiesa ci aiuta a giudicare. Occorre vivere il proprio tempo fino in fondo a partire dal fascino dell’incontro con il Signore, affrontando interamente temi sensibili come l’amore o la differenza sessuale. Il segreto è mantenersi appassionati e convinti dell’esperienza in Gesù». In estrema sintesi: «Se non si vive una relazione appassionata in Cristo, nel giudizio e nella vita quotidiana, essa non darà vero frutto».

 

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