Centinaia di partecipanti alla Veglia presieduta dall'Arcivescovo, durante la quale i 19enni hanno consegnato la loro Regola di vita. Scola: «L'Europa e la Chiesa hanno bisogno di voi»

di Claudio URBANO

Redditio Symboli5

Il fischio di un treno a dare l’idea della vita che scorre, poi gli ultimi mesi ripercorsi attraverso la cronaca dei telegiornali: “271.000 nuovi iscritti all’università”, “Sparatorie nelle zone centrali di Parigi”, “Tutto il mondo in uno stadio, all’apertura dell’Olimpiade”. Poi ancora il Papa ai giovani, alla Giornata mondiale della gioventù: «Dio aspetta qualcosa da te…». Si apre con un’immersione nella quotidianità la Redditio symboli celebrata venerdì sera in Duomo, per accompagnare i circa 450 diciannovenni che hanno consegnato la propria Regola di vita nelle mani dell’Arcivescovo.

Manca però ancora una domanda. È quella decisiva, quella del giovane ricco del Vangelo: «Maestro, cosa posso fare di buono per la vita eterna?». Una domanda tanto importante che «Gesù rimase colpito dalla serietà dell’uomo», spiega il Cardinale ai giovani, di fatto investendoli della stessa serietà mostrata da quel “tale” del Vangelo, amato profondamente da Gesù. «Al posto di quel tale ci sei tu: Giovanni, Maria, non andate via dal Duomo dimenticando quello sguardo affascinante che ti conquista col suo amore», è il primo consiglio. Ma il passaggio è talmente decisivo che Gesù non propone un insegnamento morale, «non invita a intensificare le regole o a rischiare un po’ di più la propria libertà», chiarisce Scola. Piuttosto, «Gesù invita a cambiare i rapporti. Cambia i rapporti, vendi tutto, distaccati da tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi».

La direzione, esorta ancora l’Arcivescovo, è «essere capaci di quel distacco da sé che fa accettare ogni giorno il rischio della libertà, il rischio di cercare il proprio destino pieno, il tesoro nel cielo», come quello cercato dal giovane ricco. «Come ami? Come studi, come lavori, come condividi il bisogno, come sei misericordioso?». E ancora: «Che posto ha Gesù nella tua vita?», rilancia Scola. Perché, chiarisce, «noi non stiamo insieme solo perché facciamo cose belle, se non apparteniamo a Gesù». Ed è questa appartenenza, assicura il Cardinale, che consente di evitare la tristezza, quella del giovane del Vangelo che se ne va perché aveva molti beni. Perché – Scola lo ricorda da subito ai giovani, molti qui in Duomo con il proprio ragazzo o ragazza – «il suo sguardo d’amore è molto di più che quello che si ritrova nel proprio innamorato, che il bambino torva nella propria mamma».

È dunque questa appartenenza – fa un passaggio ulteriore – che consente di essere immersi nella realtà, di tenere insieme tutti quei momenti della quotidianità scanditi all’inizio della Veglia dalle parole dei telegiornali. La sfida che l’Arcivescovo lancia è infatti quella di «una vita senza parentesi, senza momenti belli ma isolati, dove non si gioca fino in fondo l’unità dell’io, la propria libertà». La Regola di vita che i ragazzi hanno consegnato è allora «un argine entro cui scorre il ruscello impetuoso della giovinezza», ma anche un solido riferimento contro la frammentarietà, di cui il Cardinale avverte il rischio anche per il nostro continente. «L’Europa, l’Italia, la Chiesa, hanno bisogno del vostro cambiamento, della vostra solida appartenenza a Cristo», è il mandato rivolto ai giovani. Insieme ad un’esortazione a cui l’Arcivescovo tiene molto: «Non giocate con gli affetti, l’amore non è qualcosa di automatico, bisogna imparare ad amare», ripete più volte.

Proprio questo è il richiamo più sentito dai ragazzi, nei commenti a caldo al termine della Veglia: «L’Europa ha bisogno di noi, le cose si possono cambiare», inizia Luigi di Civate. Poi Giulia e Marta di Grezzago, che ricordano di «non giocare con gli affetti», e ancora Annalisa di Milano, colpita dall’invito a «cambiare le relazioni, mettendo in gioco la propria libertà», e che si interroga sull’invito a «guardare a Dio come si guarda al proprio innamorato», lanciato dal Cardinale. Passi esigenti, che però Scola sa riportare a quel racconto della quotidianità con cui si è aperta la Veglia: «Portate la benedizione negli ambienti che frequentate; parlate di Gesù anche negli happy hour; anche lì si può parlare del suo amore, o quantomeno della ricerca del bene». Come un tuffo nella quotidianità è anche la presenza in duomo di Yaas e Daniel, due giovani richiedenti asilo del Gambia, insieme ai ragazzi dell’oratorio di Lesmo.

Poi, tra una foto e un selfie, l’Arcivescovo lancia ai giovani un ultimo saluto, decisivo: «siate Seri, almeno come il giovane del Vangelo…».

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