Nell’incontro con le Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo, il cardinale Scola ha delineato un’analisi a tutto campo della testimonianza che deve animare non solo gli Istituti secolari, ma l’intera Chiesa ambrosiana di fronte alle difficoltà attuali

Ezia Fiorentino

«Siamo una piccola realtà di Chiesa, ma l’accogliamo con commozione e gioia grande». Dice così, la presidente centrale delle Missionarie del Sacerdozio regale di Cristo, Marisa Sironi, dando il benvenuto al cardinale Scola che per la prima volta visita la casa di spiritualità dell’Istituto, nato nei giorni di Pentecoste del 1945 per volontà del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster e di Ezia Fiorentino. Fondatori, entrambi, che seppero intuire profeticamente, con largo anticipo sul Concilio Vaticano II, la forza della Consacrazione secolare e che, nella raccolta sala dove si svolge l’incontro con l’Arcivescovo, sembrano vegliare attraverso le loro immagini, così come fanno idealmente le ottantasette Missionarie già tornate alla cassa del Padre in questi anni.
Una sessantina le appartenenti all’Istituto – le cui Costituzioni sono state rivisitate nel 2012 secondo il carisma originario per meglio aderire alle esigenze della società contemporanea – presenti a questa Giornata di preghiera (una delle quattro annuali) in cui si festeggiano due anniversari importanti, il settantesimo di fondazione e i sessant’anni dalla morte del cardinale Schuster.
Per la maggior parte appartenenti alla Diocesi Milano, ma diffuse anche a Trento, Fidenza, Forlì, Lodi Cuneo, Verbania, Lugano e a Kinshasa in Congo, le circa novanta Missionarie sono oggi divise nei quattro gruppi di Milano, Varese, Rho Monza e Brianza e svolgono attività lavorativa e nelle parrocchie. Vivissima ancora la memoria della “signorina”, Ezia Fiorentino che fu, a sua volta, donna impegnata nella professione, in politica, nell’Azione Cattolica, nella convinta affermazione di una spiritualità “alta” da innervare nel mondo.
E proprio a partire dai due anniversari di cui si fa memoria e dalle figure della co-fondatrice e del beato Schuster prende avvio la riflessione del Cardinale in quella che egli definisce «un’assemblea ecclesiale che è prolungamento dell’Eucaristia».
«Certamente le due ricorrenze che vi impegnano rivestono un ’importanza particolare, ma dobbiamo comprendere bene cosa significhino», spiega l’Arcivescovo.
«Il senso cristiano del tempo è segnato dall’irrompere, nel ritmo consueto della nostra vita, della presenza del Signore, non solo nell’Eucaristia, ma anche in tutti i rapporti della vita. Il tempo assume il suo significato profondo nella redenzione che il Signore ha operato nella vita umana per la nostra santificazione, e quindi questi anniversari invitano a una peculiare responsabilità di risposta. Occorre viverli non con uno spirito nostalgico, ma sacramentale nel riconoscimento che Cristo è il senso centrale dell’esistenza esistenza. Segno di grazia e di responsabilità è vivere attraverso uno stile sacramentale».
Nasce da questa prima osservazione la richiesta di un’offerta di tutta la giornata e di noi interi a Dio», che l’Arcivescovo delinea «in linea con il carisma specifico dell’Istituto» Il secondo elemento, richiama immediatamente quello che fu il desiderio di sempre della Fiorentino, «costituire un gruppo di giovani che accetti di vivere in pienezza i Consigli evangelici, essendo mossi unicamente da Cristo per testimoniare nella Chiesa di Ambrogio un carisma di santità».
Il riferimento è alla Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” con la sua esplicitazione del concetto e del ruolo del Sacerdozio regale di Cristo e di quello universale dei fedeli: «aspetto molto importante su cui vi invito a tornare», sottolinea Scola.
«Questa visione della Consacrazione rimane profondamente attuale. La riscoperta che il Concilio ha fatto del Sacerdozio regale, partecipato da tutto il popolo di Dio e da coloro che sono scelti per il sacerdozio ordinato, deve documentarsi in una testimonianza di vita. La partecipazione al sacerdozio universale di tutto il popolo di Dio individua lo stile di vita del cristiano e nel vostro caso è tanto più vero perché partecipate di tale sacerdozio, rimanendo nel secolo e facendo leva sul battesimo che trasforma ogni nostra azione rendendola testimoniale».
La testimonianza è, nelle parole del Cardinale, la strada per superare «l’autunno delle vocazioni che colpisce anche le Missionarie», come aveva detto poco prima la presidente Sironi. Testimonianza da sperimentare secondo una logica che diviene la terza puntualizzazione: «essenzializzare la vita cristiana», nella fedeltà alla Chiesa delle origini descritta in Atti 2, 42, 48.
«Assumente la libertà e la comunione come le due grandi condizioni che Gesù ci offre per restare contemporaneo in ogni tempo. Vivere comunità libere e aperte, offrendo ai giovani l’idea e l’esperienza dell’appartenenza alla Chiesa, percorrendo tutte vie dell’umano e andando incontro alle periferie», sia la vostra vocazione.
E, ancora, l’Arcivescovo scandisce: «Vi prego di collaborare nelle vostre parrocchie al contesto fondamentale delle Comunità educanti, perché tutti coloro che hanno a fare con i ragazzi testimonino una comunione in atto e sappiano essere convincenti per contrastare la frammentazione della vita giovanile. Il cristiano deve essere edificatore di vita buona – il pensiero è all’impegno di consigliere comunale di Ezia Fiorentino – in una Milano che, in questa fase, di grande transizione deve ritrovare un’anima unitaria oltre le sue non poche fatiche e contraddizioni. Alla vostra laicità, avendo quale bussola sicura il riferimento a Cristo, si addice la testimonianza civile vissuta secondo un nuovo umanesimo».
Poi, un breve dialogo con alcune Missionarie come Nunzia, ministro straordinario dell’Eucaristia, o Giuditta, memoria storica dell’Istituto di cui entrò a far parte sessantasette anni fa «avendo avuto la fortuna – dice –di ricevere il carisma di prima mano».
«La Chiesa ha la sua unica ragion d’essere, come diceva Von Balthasar, nel lasciare trasparire Cristo sul suo volto. Il sacerdozio di Gesù ha questa dimensione profonda e soggettiva di offerta che si radica nella preghiera. L’offerta implica riconoscere che Gesù è il fondo della realtà e sta a voi aiutare i fedeli a comprendere tutto questo», raccomanda il Cardinale.
«La vostra forma di vocazione è molto attuale, specie in un momento critico e di travaglio per la figura femminile la quale, per uscire da una dimensione obiettivamente discriminatoria, sta tuttavia prendendo strade molto confuse. Questo stato di fatica si vede bene nella fragilità affettiva dei giovani e nel disordine sessuale che porta alla perdita del giudizio non solo di carattere morale su ciò che è bene e ciò che è male, ma alla perdita del giudizio tout court sulla realtà».
Da qui la consegna alle Missionarie: «La consacrazione degli Istituti secolari mantiene una grande attrattiva, basti pensare a quelli nati dal ceppo di movimenti come Comunione e Liberazione e i Focolari. Se riuscirete a testimoniare la bellezza di un carisma come il vostro, credo che si potrà superare lo stato di difficoltà», affrontando problemi che toccano anche il complesso della Diocesi. «Il Cattolicesimo ambrosiano rimane a base popolare, però è vero che è un cattolicesimo sociologico, che sta sul “bagnasciuga” del passaggio dalla “convenzione” alla “convinzione”. La nostra situazione e tra le più difficili in Europa come si constata a livello delle generazioni intermedie» non pregiudizialmente contrarie al credere cristiano, ma disorientate dalla fatica del vivere quotidiano.
«Sta a noi muoverci verso di loro in maniera diversa. Insisto che la famiglia deve diventare soggetto della Pastorale, questa è la grande riforma che occorre operare perché essa prenda coscienza del battesimo e, vivendo il quotidiano secondo Cristo, lo comunichi. Stiamo lavorando analogamente a una riforma del clero, avviando dei processi e degli esercizi di comunione tra i presbiteri. È necessario uno stile nuovo, che superi l’attivissimo sterile».
Insomma, se la Chiesa non può essere una somma di servizi e di iniziative, una riforma va fatta, ma non “a tavolino”. Come sempre, a convincere è solo l’esempio vero: «Noi non testimoniamo noi stessi, ma un Altro. Nelle nostra parrocchie abbiamo bisogno di riafferrare la forma cristica delle nostre Comunità abbandonando tutto ciò che è superfluo. I consacrati possono e devono immettere la dimensione definitiva del Sacerdozio regale nel quotidiano. Bisogna voler bene alla Chiesa, alla nostra Milano e tra di noi, partendo dal segno positivo di abbracciare l’altro: ecco perché il vostro carisma è paradigmatico»

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