Il Cardinale è intervenuto al convegno per la Giornata Diocesana Caritas, dal titolo “Non dimenticate l’ospitalità. La carità genera cultura”. «Non vi è niente che mostri la bellezza vissuta dentro la Chiesa quanto una carità praticata», ha detto l’Arcivescovo ai 700 volontari e operatori presenti

di Annamaria BRACCINI

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La carità che è e deve farsi sempre più cultura, stile di vita, atteggiamento con cui affrontare le sfide drammatiche del nostro tempo. Il grande salone Pio XII della Casa cardinale Schuster di Milano, affollato degli oltre 700 volontari, operatori e responsabili di Caritas decanali e parrocchiali che partecipano al tradizionale Convegno della Vigilia della Giornata Diocesana Caritas, accoglie il cardinale Scola. Dopo l’introduzione del direttore di Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti, che si collega telefonicamente con il responsabile del Settore Emergenze di Caritas, Alberto Minoia, ora a Senigallia nelle Marche per sostenere, con una «prossimità continua senza limiti», l’accoglienza ai 30.000 sfollati del terremoto del 30 ottobre, l’Arcivescovo affronta così il tema fondamentale del rapporto tra carità e cultura, in linea con il titolo della Giornata, “Non dimenticate l’ospitalità. La carità genera cultura».  
«La gratitudine mia e di tutta la Diocesi è veramente marcata, perché siete attori decisivi della proposta di Cristo ai tanti battezzati che hanno perduto la via di casa», dice subito il Cardinale, evidenziando, appunto, la necessità di una «carità che si faccia “visione” per scoprire il senso del vivere». Il riferimento è a Benedetto XVI nel Motu proprio del novembre 2012, in cui il Papa scavava sul motivo di fondo dell’agire di carità e indicava, come funzione pedagogica, l’educazione alla condivisione. Ma come favorire e incrementare tale educazione? Formando una mentalità, la risposta di Scola.    
«Così come il lasciarsi convocare da Gesù ogni domenica attorno all’Eucaristia forma una mentalità, bisogna che gli altri “fondamentali” della vita cristiana – educazione al gratuito, al pensiero di Cristo, testimonianza in tutti gli ambienti di vita – siano vissuti con fedeltà e regolarità».  
«Se facciamo questo, la carità genera cultura e produce un cuore rinnovato e spalancato, veramente aperto a imitazione di Cristo». 
Una cultura che non è, ovviamente, questione solo libresca, ma esperienza, come disse san Giovanni Paolo II. «Nasce così un modo di guardare la realtà che dice uno stile e, quindi, un modo di essere uomini vitali. Di questa educazione c’è particolare urgenza nella situazione di grande cambiamento che è in atto in Europa. Le provocazioni che Dio ci offre, come l’arrivo di profughi, troveranno risposta nella misura in cui il dono di carità diventerà un elemento stabile e permanente della vita cristiana», sottolinea Scola. 
Un invito a riflettere, dunque, sull’esempio di quanto indicato da papa Francesco nella Bolla per l’indizione del Giubileo, Misericordiae vulnus, in cui il Santo Padre definiva il senso delle opere di misericordia come uno dei modi «per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà» e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo dove i poveri sono i privilegiati. 
Da qui la prima consegna dell’Arcivescovo: «Occorre superare la divisione in settori con cui noi pratichiamo la vita cristiana. Bisogna unire, andando verso un tempo di cambiamento che ha sempre più bisogno della rigenerazione della cultura come base essenziale ed elementare. Infatti, la condivisone del bisogno realizza cultura vera, rispondendo alle grandi domande del perché esista il male, dove sia Dio nella sofferenza e di cosa possiamo fare noi fragili uomini. È attraverso la carità che impariamo a essere veramente fratelli e sorelle in Cristo. I santi della carità – tanti anche quelli sconosciuti nel nostro tempo – sono coloro che hanno reso il bisogno dell’altro il loro proprio bisogno».  
Una carità, questa, che diviene possibilità di sguardo sistematico sull’esistenza e che genera gratuità e cura: «due parole decisive per superare le malattie sociali di oggi: le solitudini estreme, lo smarrimento di fronte alle prove, le angosce che derivano dagli elementi di ombra dalla vita. La pratica della carità insegna la cura verso le persone che vengono al nostro incontro e lo fa in modo gratuito». Come gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente occorre dare, con semplicità, parte del nostro tempo, suggerisce Scola. «Per educare i nostri fedeli alla carità bisogna spostare il baricentro dall’altro a sé. Questo non è egoismo perché primo scopo della condivisione deve essere educarsi ad amare, essendone culturalmente avvertiti. Questo “stare con” lo possono fare tutti. Chiunque deve poter partecipare alle nostre opere, ma deve essere chiara la ragione in chi fa la proposta. Questo vuole dire essere presi a servizio, per imparare a voler bene. Così vissuta, da tutto popolo di Dio, la carità legittima la verità poiché non vi è nulla che faccia comprendere la bellezza, la bontà e l’unità, vissuta dentro la Chiesa quanto la carità praticata».
Temi su cui il Cardinale torna a margine della mattinata: «Sono contento della risposta che le nostre comunità hanno dato all’accoglienza dei profughi e mi auguro che si dilati ulteriormente perché questa forma di ospitalità è già un inizio di integrazione, di conoscenza, di coinvolgimento, che va ad aggiungersi ad altre occasioni di incontro che già avvengono nei quartieri, negli oratori nelle scuole. Mi ha anche colpito che non poca gente abbia accolto nella propria casa ospiti sconosciuti. Per me questo è un esempio straordinario di cosa significhi voler bene».
Il richiamo è anche per il mondo della politica: «Certamente è evidente che, di fronte a un fenomeno così complesso e inarrestabile, bisogna inventare politiche nuove. Avremmo bisogno di un Piano Marshall almeno a livello europeo, entro il quale iscrivere anche soluzioni nuove, come permessi di soggiorno temporanei». 
Ad un anno e mezzo dall’appello di Papa Francesco alle parrocchie e dall’invito dello stesso Arcivescovo al fine di costruire un piano di accoglienza diffusa, la Diocesi di Milano dispone di una rete di assistenza che ospita attualmente 2.248 profughi. Di questi 663 sono accolti in 108 immobili messi a disposizione da parrocchie, 722 in 24 strutture di proprietà di ordini religiosi, 226 in 10 centri di accoglienza di proprietà della Curia. Gli altri 249 sono ospitati in 34 proprietà immobiliari di Cooperative collegate alla Caritas Ambrosiana o di cui è titolare lo stesso organismo diocesano o (317) in 17 edifici di amministrazioni comunali che hanno affidato a soggetti ecclesiali la gestione dei progetti. 71 profughi sono accolti anche in 17 appartamenti offerti da privati. 
A conclusione del Convegno, nel momento della Celebrazione del Mandato ai presenti, è stato, infine, monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Carità e presidente di Caritas Ambrosiana, a ricordare e a pregare per i due clochards morti in poche ore a Milano. «Ciò ci addolora molto. Dobbiamo leggere questo doloroso fatto di cronaca come una provocazione affinché un numero sempre maggiore di cittadini si impegni con le istituzioni a condividere questi bisogni estremi».
 

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