Nella parrocchia di Pentecoste il Cardinale ha avviato la Visita pastorale al Decanato e a quello della Cagnola. Moltissimi fedeli hanno affollato la chiesa appena terminata, ultimo edificio di culto sorto in Diocesi

di Annamaria BRACCINI

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Lo accoglie tanta gente nella chiesa di cui ha posto la prima pietra il 14 giugno 2014 e che verrà a consacrare nella prossima Pentecoste. Per l’ultima Visita pastorale del 2016 il cardinale Scola è a Quarto Oggiaro, nella nuovissima chiesa intitolata appunto a Pentecoste illuminata a festa, dove si svolge l’Assemblea ecclesiale dei Decanati Cagnola e Quarto Oggiaro. Accanto all’Arcivescovo ci sono il vicario di Zona I monsignor Carlo Faccendini e i due Decani, rispettivamente don Carlo Azzimonti e don Enrico Galli.

Dopo la breve spiegazione dell’articolazione della Visita da parte di monsignor Faccendini, è il Cardinale a definire il senso dell’iniziativa: «Occorre essere capaci di portare la fede nella vita di tutti i giorni, perché la prima periferia è proprio la nostra esistenza quotidiana là negli ambienti dove viviamo». Poi, rivolto direttamente ai presenti, riflette: «Quarto Oggiaro ha avuto una bella evoluzione in questi anni ed è merito vostro. Pensate cosa sarebbe stata Milano, dopo la prima grande immigrazione, se Montini non avesse avuto l’idea geniale del suo “Piano” per le chiese. Dobbiamo ritrovare l’energia di quei tempi, portando Cristo nella vita, perché Gesù, che è via alla verità e alla vita, è entrato per questo nel nostro quotidiano».

Il “piccolo gregge” e l’attenzione ai poveri

Poi, le domande, elaborate a livello di tutti i Consigli pastorali delle due realtà coinvolte. Come essere, oggi, “piccolo gregge”? È un’opportunità? Come superare la mancanza di attenzione spirituale per i poveri, secondo la definizione di papa Francesco in Evangelii Gaudium? «Questi due interrogativi interpretano la grande stanchezza dell’Europa di oggi, che sentiamo anche a livello dell’esperienza di fede. Certo, possiamo essere definiti un piccolo gregge rispetto al passato, ma la Chiesa non si può leggere solo con parametri sociologici. Possiamo ricordare che, nella nostra Diocesi, i battezzati sono quasi il 90% degli abitanti. I numeri non devono essere occasione di rimpianto, perché a condurre la Chiesa è lo Spirito santo, che può dare momenti di grande evidenza e altri, come adesso, in cui si sembra precipitati nella fatica. Questa è un’opportunità a due condizioni, che il piccolo gregge viva con sostanza la propria fede e che la testimoni soprattutto alla grande quantità di battezzati che hanno perso la via di casa, nella consapevolezza che molti vivono comunque riferiti ai valori cristiani. Possiamo farlo solo se pratichiamo i “fondamentali”: immersione nella liturgia illuminata dalla Parola di Dio, educazione al pensiero di Cristo e al gratuito, comunicazione di questa bellezza. Siamo un piccolo gregge di praticanti chiamati alla testimonianza di fronte a un popolo ancora intriso di cristianesimo. Non siamo un partito o un sindacato, non viviamo di egemonia, non dobbiamo conquistare nessuno, vogliamo solo comunicare con semplicità di cuore la bellezza di ciò che in prima persona sperimentiamo credendo».

Il pensiero è ai poveri: «La mancanza di attenzione spirituale si supera nella condivisione basata sugli stessi “fondamentali”, dando tempo e spazio a chi è nel bisogno, trattandolo come persona in senso pieno e disponendoci a imparare. La realtà in cui siamo immersi ci chiede un cambiamento che deve avvenire in noi per primi e del quale renderemo conto a tempo debito. Senza escludere nessuno, deve essere chiara la ragione per cui si agisce, che è riflettere l’amore di Gesù verso i più poveri ed emarginati».

La semplificazione delle strutture e “l’arte” del celebrare

Ancora domande: «Come essere Chiese in uscita, quando l’affanno delle strutture pare prevalere? Con quali linguaggi comunicare la gioia della fede nelle Celebrazioni?». «L’affanno esiste – scandisce l’Arcivescovo -, ma per capire bisogna accordarci su come leggere il presente. Siamo crollati dal 70% di partecipazione al 21-22%, ma è comunque necessario superare la “mistica dei lontani” e la ricerca di strategie per riportarli nelle chiese, perché nessuno è lontano dalle esperienze base dell’umano. Quando il Papa dice “usciamo”, infatti, indica che la missione non è una strategia, ma l’esplodere di un cuore grato perché ha ricevuto gratuitamente il dono di Cristo. È evidente che la nostra fede ci chiede una semplificazione: guardate la vostra chiesa, bella e sobria. Poiché siamo andati lenti nel capire i cambiamenti, specie dopo il miracolo economico, tentando di rispondere alla perdita di fedeli costruendo strutture, adesso diventata chiaro che questa non è la strada, che è invece il rapporto in Cristo con l’altro, il rapporto tra noi amandoci come fratelli». Da qui l’indicazione precisa sul modo con cui vivere la condivisione: «Sapendo rinunciare non solo al superfluo a livello personale e, a livello comunitario, coltivando l’educazione al gratuito. Bisogna imparare ad amare facendone esperienza diretta. La condivisione non si può delegare nemmeno alla Caritas, va giocata in prima persona.

Per la liturgia: «Dobbiamo ricordare che essa domanda, per sua natura, la ripetizione – non ripetitività – e che celebrare è un’arte. Così si supera la noia e si arriva a quella partecipazione actuosa, di cui parla il Concilio, che è più che attiva e rigenera l’io». In sintesi, «nel ritmo delle Eucaristie che si susseguono», la gratitudine del dono ricevuto «a poco a poco viene a galla, ma anche i linguaggi devono rispettare l’arte del celebrare. L’Eucaristia parla da sola: siamo noi che dobbiamo viverla bene».

La società civile e la migrazione  

Infine, altri due temi: «Come stimolare i laici a essere più corresponsabili nella vita delle parrocchie? Come integrare i migranti nella nostra storia ecclesiale?».

«La seconda domanda è una buona via per rispondere alla prima. Si diventa corresponsabili vivendo l’esperienza cristiana. Per questo si deve dare alla parola “formazione” il suo significato pieno, esplicitando il momento della ri-attualizzazione del nostro Battesimo. Tutti possiamo cercare di ricordare quando siamo diventati consapevoli dell’incontro personale con Cristo e quando Lui è diventato un “tu”. Ciò che fa fiorire l’incontro dentro la comunità che è il dilatarsi di tale rapporto. Se nascesse, per esempio, una comunione vitale tra famiglie, partendo dall’affrontare con semplicità i problemi, si vedrebbe già con chiarezza che siamo tutti una grande famiglia nel Signore».

Si conclude con l’immigrazione, molto presente nei due Decanati: «Il fenomeno migratorio è strutturale. Ho detto più volte che ognuno deve fare la propria parte. La Chiesa offre un primo aiuto, ma poi ci sono le istituzioni. Fondamentale è il ruolo della società civile. È sbagliata la paura, pur comprensibile, così come un buonismo generico che lascia tutto sulle spalle altrui e delega». La consegna è alla responsabilità comune, con un riconoscimento alla gente: «Se il Paese e l’Europa potranno risorgere, lo faranno dal basso. Voi, qui, siete decisivi molto più del Quadrilatero della moda. Ricordiamoci che ciò che fa cittadinanza è il popolo».

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