Il cardinale Scola ha presieduto, nel Santuario diocesano intitolato al beato don Carlo Gnocchi, la solenne Celebrazione eucaristica a sessant’anni dalla morte del “papà dei mutilatini”. «Viviamo questo anniversario come una grande occasione di risveglio», ha indicato l’Arcivescovo ai moltissimi fedeli e autorità presenti

di Annamaria BRACCINI

Scola ricordo di don Gnocchi

«È impossibile per noi ambrosiani e per tutta la Cattolicità non vedere nella santità di don Carlo Gnocchi un punto di riferimento stabile, costitutivo per la nostra fede e una vita che in termini significativi ha marcato, nella sua capacità di offerta e di amore, tutta la Chiesa universale». 
Sono le parole con cui il cardinale Scola, presiedendo la solenne Celebrazione eucaristica per il sessantesimo della morte del “papà dei mutilatini”, si rivolge alle centinaia di persone che affollano il Santuario diocesano della sofferenza, intitolato a don Carlo e che ne conserva le spoglie. Un luogo, diventato, in pochissimi anni, mèta di pellegrinaggio continuo e nel quale, non a caso, in questo Anno straordinario dedicato alla Misericordia,  si apre una delle tre Porte sante per la città di Milano  
Sono trascorsi, appunto sei decenni da quel 28 febbraio del 1956, quando don Carlo, all’età di nemmeno 54 anni moriva. Lo ricorda, con commozione evidente, il rettore del Santuario, don Maurizio Rivolta: «Grazie, Eminenza, per essere qui nella data esatta della vigilia di quel giorno che fu, per i figlioli di don Carlo, di grande dolore come è per la perdita di un papà. Chi ha conosciuto don Carlo ha visto in lui il volto della Misericordia del Padre». D’altra parte, tutto richiama la figura amata e indimenticata dell’apostolo del dolore innocente, come viene ancora definito il Beato, più volte durante la Messa, concelebrata da oltre venti sacerdoti, tra cui il presidente della Fondazione “Don Carlo Gnocchi Onlus”, monsignor Angelo Bazzari e i Cappellani e Assistenti delle Case e realtà legate alla fondazione stessa. Non mancano i labari, i Gonfaloni, il rappresentante del sindaco di Milano, l’assessore Granelli, i sindaci di San Colombano al Lambro don Gnocchi era nato nel 1902, di Pessano, dove è sorto il primo c’è Centro della Fondazione e di Besana Brianza, di cui è frazione Montesiro dove don Carlo trascorse gran parte dell’adolescenza e celebrò la prima Messa il 6 giugno del 1925. Ci sono, come sempre, gli Alpini con il presidente dell’Associazione di  Milano, Boffi, il comandante dell’Ottavo Reggimento, gemellato da anni con la Fondazione, Giuseppe Carfagna e il Comandante della Regione nord, il generale Marco Panizzi. Ma soprattutto ci sono i malati, gli operatori sanitari, i volontari, i dirigenti di tutti i Centri, e tanta, tanta gente, tra cui Ugo Balzari, classe 1922, uno degli ultimi reduci della Campagna di Russia compiuta con don Gnocchi.  Il Cappellano che scriveva proprio nel suo celebre “Cristo con gli Alpini”, e lo sottolinea l’Arcivescovo:  “Ho sempre cercato le vestigia di Cristo durante la vita terrena, con avida e insistente speranza”. 
«Come è attuale questa affermazione, sembra scritta oggi, perché di tale “avida speranza” ha una straordinaria, urgente necessità l’epoca nostra. Come dice il Papa, infatti, stiamo assistendo a un cambiamento di epoca, ma non sappiamo cosa ci aspetta; barcolliamo nel presente e in vista del futuro, a partire dalla complicazione dei fatti che stanno accadendo a livello mondiale, dalle guerre al terrorismo, dal martirio dei cristiani e degli uomini di fede al mescolamento dei popoli, dall’esorbitante potere della finanza al cambiamento della cultura del lavoro, dalla riscoperta della vita politica alla costruzione di una amicizia civica, dalle scoperte delle biotecnologie e delle biopolitiche che ne conseguono, alle tecnoscienze». 
La questione è il grande interrogativo di sempre; «cosa stiamo diventando». 
Una domanda di senso per cui l’esempio del beato Carlo «rappresenta la strada maestra» al fine di vivere questo tempo senza paura e, appunto, con la speranza avida di affrontare i problemi e di scioglierli. «Ma chiediamoci – scandisce Scola – se noi stiamo cercando ancora i segni di cui parlava don Gnocchi nella vita di tutti i giorni, nella Chiesa, nella famiglia e, con le debite distinzioni, nella società plurale complessa, in cui  diverse visioni del mondo si incontrano e, talora, si scontrano». 
Insomma, siamo capaci, come cristiani, di essere «una eco dell’energia con cui Gnocchi ha affrontato la vita, pagando duramente di persona e sondando nella sua stessa carne, in modo geniale, l’esperienza del dolore?». 
Il riferimento è appunto – «per questo siamo qui oggi» – al carisma del fondatore dell’allora Pro Juventute da cui è sorta, poi, la Fondazione «che gode di sempre maggiore credito nella Chiesa e tra il popolo». Richiamo a quel insegnamento che don Carlo seppe trasformare in una viva e concreta “Pedagogia del dolore innocente”, come si intitola il famoso testamento spirituale. “Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è, dunque, permesso perché siano manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini, l’amoroso e inesausto travaglio della scienza, le opere multiformi dell’umana solidarietà, i prodigi della carità soprannaturale», lasciava scritto negli ultimi tempi della malattia.
«Guardando al volto di don Carlo, al realismo, all’offerta della sua vita ancor giovane, alla decisione intrepida – e, allora, formalmente illegale, di far vedere due bimbi attraverso i suoi occhi (alla Celebrazione è presente uno di loro, Silvio Colagrande), impariamo questa misericordia radicata i cui frutti stiamo vivendo nel Giubileo – qui particolarmente espresso dalla Porta santa – e accostiamoci al Sacramento della riconciliazione accogliendo con umiltà il perdono di Dio, sapendo che ci poniamo solo davanti a Gesù Cristo perché l’uomo – il confessore – è un puro mezzo». 
Da qui, la consegna a tutti, in vista dei tanti appuntamenti previsti per ricordare l’anniversario: «Viviamo questo sessantesimo come una grande occasione di risveglio. Come ebbe a dire papa Francesco: “Attenzione di fronte ai Santi, non custodiamo le ceneri, ma alimentiamo il fuoco che la loro storia e presenza generano in noi». 
Infine, è monsignor Bazzari a concludere: «Permettetemi di dire a tutti “amis” di questa “baracca” voluta da don Gnocchi e circondata dall’affetto di molti. Ritengo che carità è misericordia siano sorelle e, tuttavia, perché questo concetto biblico e teologico possa diventare storia, facendosi sanità e assistenza, occorrono dei mediatori come fu don Carlo, persone che traducano e incarnino la misericordia. Così la misericordia di Dio diventa compassione che ci aiuta a reggere il perché, il mistero del dolore e ad amarlo. Chiediamo a lui di spalmare nelle nostre famiglie la verità e la misericordia laddove le testate dei nostri letti e delle carrozzine si saldano all’altare eucaristico, creando una rete». 

 

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