L’Arcivescovo, nella Cappella feriale del Duomo, ha recitato l'Ora Media con i quasi 300 giovani riuniti nel Seminario di Venegono per la 59esima edizione del Convegno missionario nazionale

di Annamaria BRACCINI

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«Non c’è compito nella Chiesa che non sia un mandato. Questo è qualcosa che deve entrare nel nostro cuore e nelle nostre menti, nella nostra energia e azione, perché non si può esercitare, in nessun modo, il Ministero ordinato se non nella consapevolezza dell’essere mandati». Lo dice il cardinale Scola che, nella Cappella feriale del Duomo, venerdì 17 aprile recita l’Ora Media con i quasi 300 seminaristi riuniti nel Seminario di Venegono per la 59esima edizione del Convegno missionario nazionale seminaristi, promosso da “Missio consacrati”, una delle quattro realtà facenti parte della Pontificia Unione missionaria. Tra loro i 150 giovani ambrosiani, arrivati dal Seminario di Venegono dove si svolge la Tre giorni del Convegno, con il rettore, don Michele Di Tolve, il protettore don Luigi Panighetti, e i due vicerettori, del Quadriennio teologico, don Davide Milanesi e del Biennio, don Luca Corbetta.

Ai giovani che si preparano al sacerdozio, l’Arcivescovo rivolge la sua parola di incoraggiamento, di speranza, ma anche di monito per una chiara e corretta coscienza del Ministero ordinato che li attende. «Soprattuto in un mondo autoreferenziale come questo, l’essere mandati è fondamentale e vi assicuro che non è semplice», nota Scola, indicando il valore di un impegno qualificato dal richiamo alla «Chiesa in uscita» di papa Francesco e invitando a percorrere «le vie dell’umano a partire dalla carne dei poveri come farete stasera». Infatti, terminati l’incontro e la preghiera con il Cardinale, in Duomo, i seminaristi si recano a gruppi nei tredici luoghi del disagio e della sofferenza scelti secondo sei aree tematiche. Dall’accoglienza immigrati della Caritas, all’Associazione “Segnavia” dei Padri Somaschi, al centro Kayros per il recupero dei ragazzi usciti dal Beccaria, a Exodus, i rappresentanti dei seminaristi provenienti da tutta Italia, vivono così concretamente il senso del Mandato.

Quell’invio di cui l’Arcivescovo evidenzia la «necessaria modalità di assunzione soggettiva» da sperimentare, come fecero le donne del Vangelo alle quali apparve Gesù dopo la Risurrezione, con «un misto di spavento e di gioia. Un timore che si converte ogni giorno verso il santo timore di Dio che fa assumere il mandato con energia personale».

Da qui l’auspicio a fare proprie le parole del Salmo 118, “Venga su di me la tua misericordia e avrò la vita, poiché la tua legge e la Mia gioia”. «Invochiamo la presenza di Gesù vivente tra noi, perché solo chi ci è contemporaneo ci può salvare e leggiamo il cammino delicato di questi anni di preparazione come un inizio, non come un dazio obbligatorio da pagare».

Infine, prima della consegna del Mandato, simboleggiato da un piccola croce con i colori dei cinque Continenti, l’augurio: «Chiediamoci, con il Salmo, se i fedeli hanno gioia a vederci. È una bella domanda che ciascun prete, a partire dall’Arcivescovo, dovrebbe porsi ogni mattina».

Il ringraziamento di don Michele Autuoro, direttore generale della Fondazione Missio, organismo pastorale della Cei, accanto a lui don Alfonso Raimo, segretario nazionale “Missio consacrati”, conclude il momento di preghiera prima di un ultimo richiamo, quasi paterno, del Cardinale: «Abbiate un buon soggiorno a Milano, nel nostro Seminario che è molto bello e dove si può pregare e raccogliersi. Incrementate l’amicizia fraterna tra voi che può portare un aiuto decisivo per la nostra stanca Europa. Fatevi coraggio, abbiamo molta fiducia in voi che porterete il peso di questa stagione delicata per i prossimi decenni».

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