Incontrando i giovani che si preparano alle nozze, il Cardinale ha indicato la bellezza dell’amore per sempre e del matrimonio cristiano: un dono grande di cui essere consapevoli e da comunicare

di Annamaria BRACCINI

fidanzati

Lo scambio della pace, la preghiera con il Salmo 28, che il Papa commenta all’inizio di Amoris Laetitia di cui viene letto un brano, l’ascolto della Parola di Dio nella pagina giovannea delle Nozze di Cana.

Fuori piove, fa freddo, un grigio uniforme avvolge Milano, dentro il Salone Pio XII del Centro Pastorale di via Sant’Antonio, dove si ritrovano tante coppie di fidanzati, c’è la luce della fede, la gioia dell’amore che guarda con fiducia al domani, la bellezza dell’attesa del matrimonio cristiano.

È il giorno dell’incontro dell’Arcivescovo – con lui i responsabili del Servizio diocesano per la Famiglia e il vicario episcopale di settore, monsignor Luca Bressan – con i giovani che si stanno preparando, appunto, a celebrare la loro unione. «La scelta, in un pomeriggio uggioso come questo magari nell’unico giorno di libertà dal lavoro, di muoversi e incontrarsi con gli altri fratelli cristiani è già una manifestazione potente del senso della vita che avete e un sintomo bello e significativo della gioia del vostro volervi bene», dice subito il Cardinale, rivolgendosi direttamente ai fidanzati e aggiungendo: «siete qui perché il bene che state vivendo è l’espressione di un amore reale, la dimensione di un amore nuziale che implica l’uomo e la donna, l’unità dei due e la procreazione  che è insieme generazione ed educazione».

Dal titolo dell’Esortazione apostolica del Papa, nasce una prima osservazione. «La gioia dell’amore indica che state facendo un’esperienza positiva e da comunicare perché il vostro amore è uscito dall’astrazione, non è più un guazzabuglio di opinioni per cui sotto la parola amore, nella nostra società, va tutto e il contrario di tutto». Un’esperienza che, tuttavia – avverte Scola –, non è ancora compiuta. Infatti, «dal fenomeno naturale dell’innamoramento, che mantiene una certa ambivalenza, occorre passare all’amore fino in fondo perché quest’ultimo ha bisogno del passo finale dell’amare l’altro come altro».

Come a dire, dopo il primo momento magico dell’attrazione c’è un cammino da fare in quanto l’amore diventa maturo quando subisce un processo, secondo ciò spiega papa Francesco, appunto, in Amoris Laetitia. «Ecco il senso del fidanzamento quale itinerario verso il matrimonio che lega in modo pubblico gli sposi (uno degli attacchi più gravi è farne qualcosa di privato) passando dall’amore affettivo a quello effettivo in cui emerge il volto dell’altro in quanto altro da valorizzare e accogliere».

Necessario, per compiere questo “salto di qualità”, il coinvolgimento totale dei due futuri coniugi, sapendo che «più diamo all’altro più abbiamo noi».

Da qui un secondo passo da realizzare nella consapevolezza di essere creature finite. «La gioia diventa madre del sacrificio perché amare domanda tanto e nel matrimonio non possiamo non manifestare, reciprocamente, limiti e fragilità». Eppure, in tale prospettiva, il sacrificio non è alternativo alla gioia, anzi, proprio perché l’eros – inteso in un senso non svilito – «per sua natura chiede di crescere e di purificarsi per diventare amore disinteressato».

Se il riferimento primo e unico di tale amore totale è Cristo, gli esempi terreni di questa fede sono tanti e, oggi, dolorosissimi. Li cita l’Arcivescovo: le spose e gli sposi che, andando a Messa, hanno perso il coniuge, come recentissimamente i Copti di Egitto o i fedeli della Nigeria.

 

La forza del “per sempre”

Insomma, occorre essere consci del dono dell’amore ricevuto, sapendolo onorare con quella parola che rimane il cardine e il fondamento di un autentico modo di vivere la coppia, il “per sempre”.   «Certo», riconosce il Cardinale, ci sono motivazioni concrete per aver timore di una scelta definitiva, come la casa, il lavoro, «ma la sostanza è che si ha paura di un tale “per sempre”».

«Questo comporta che bisogna imparare ad amare: un aspetto decisivo che abbiamo perso anche nell’educazione perché tutti crediamo di saper amare, avendo fatto ognuno esperienza dell’amore se non altro in famiglia. Vi sfido, se siete autenticamente innamorati, a dire “ti amo” senza aggiungere “per sempre”». Anche perché libertà e fedeltà non si oppongono, come dice ancora il Papa, ma piuttosto «si sostengono mutuamente tanto nelle relazioni personali che in quelle sociali».

Tre, dunque, gli elementi fondativi che fanno da cornice alla definizione del cammino di fidanzamento: «il passaggio dall’innamoramento al matrimonio, l’accettazione della dimensione di sacrificio che rende più potente e non annulla l’amore e la necessità di imparare ad amare per sempre».

Ma, chiede Silvia, «quali sono i caratteri di questa strada che porta alla gioia e che, invece a volte, appare appesantita dal quotidiano?».

Limpida la risposta dell’Arcivescovo: «L’amore rende nuove tutte le cose, anche in una società che lo ha ridotto spesso a mercificazione. La prima cosa su cui dovete far forza è riconoscere che l’innamoramento serio è un grande dono che ci viene fatto. La strada si sviluppa all’interno della Comunità, attraverso una tensione che diventa costituiva, volendo bene all’altro come altro, per sempre: un bene spalancato alla vita che non oppone libertà a sacrificio, che sa che dove arriva il potere non viene meno il dovere e che quando giunge il compito non viene meno il desiderio».

Una dimensione nuziale dell’amore – questa – «che vive in un matrimonio in cui si fa presente Dio. Nel quale l’amore tra il Padre e il Figlio è così compiuto che genera lo Spirito santo, insieme il loro amore in atto e il frutto di questo amore. Il matrimonio è la modalità con cui la Trinità di Dio che è amore ci abbraccia per tutta la vita».

Così, «il rapporto tra gli sposi illumina il mistero del rapporto tra Cristo e la Chiesa», conclude il Cardinale che invita i giovani a leggere il capitolo IV dell’Esortazione apostolica andando alla radice della Trinità e della Chiesa per capire quale sia la dignità del sacramento del matrimonio. «È la debolezza della nostra fede che non ci fa vedere la sua bellezza».

Infatti, come recita il Sonetto 116 di Shakespeare – “L’amore non è amore se tende a recedere” –, mentre oggi «siamo al matrimonio come esperimento, a quello che Zygmunt Bauman definisce l’amore liquido in una società che lo è altrettanto. «Non è cambiando continuamente partner che ci realizziamo. Il piacere dura poco, mentre ciò che tende alla felicità compiuta, resta. La gioia dell’amore, il gaudio che cerchiamo è questo. Noi abbiamo un desiderio di infinito nel cuore che si riaccende nell’innamoramento e prosegue nell’amore che è l’attuarsi paziente di questo desiderio, ma siamo esseri finiti e, quindi, ogni volta dobbiamo offrire il sacrificio che la fatica della vita impone, nella sua trama di circostanze e rapporti che sono le mani di Dio nella nostra esistenza».

Infine, un ultimo auspicio detto con affetto di padre: «Non si può prescindere dalla realtà. L’amore tra di voi vi convince della verità della fede e questa sostiene il vostro amore. Non siate avari nel fare figli, due non bastano».

 

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