Il cardinale Scola ha incontrato i giovani che si preparano alla celebrazione del matrimonio cristiano, indicando alle molte coppie presenti di vivere il futuro con consapevolezza della realtà e una fedeltà radicata in Cristo

di Annamaria BRACCINI

scola fidanzati 2016

Un incontro molto desiderato molto e voluto per «dare maggiore consapevolezza alla promessa del per sempre che questi giovani si scambieranno il giorno delle nozze». Arrivano alla spicciolata, ma alla fine, sono più di un centinaio le coppie, appunto, che si ritrovano presso il Centro Diocesano di Milano, per ascoltare e dialogare con l’Arcivescovo, cui sono accanto il Vicario episcopale di Settore, monsignor Luca Bressan e i responsabili del Servizio per la Famiglia, don Luciano Andriolo, il diacono Luigi Magni e la moglie Michela Tufigno, a loro volta, come ricordano, sposi da 32 anni. Il titolo dell’incontro, “Scelgo un amore per sempre” è, così, anche il filo conduttore dell’intera riflessione del Cardinale che, con i fidanzati, si confronta tra domande e risposte stringenti, partendo da una premessa precisa.

«La realtà di tutti i giorni è un tessuto con una trama di circostanze e di rapporti il cui ordito è preparato dalla Provvidenza, perché Dio ci parla e ci chiama attraverso questa trama. La vita è vocazione e il matrimonio è l’espressione veramente più comune e potente di cosa sia l’amore. È il fattore che permette di realizzare il desiderio di felicità che ognuno ha nel cuore, come testimonia fase, pur ambivalente, dell’innamoramento», spiega subito Scola che richiama i suoi incontri annuali, come Patriarca di Venezia, con fidanzati e neosposi.

«Uno dei più grandi pensatori moderni, Husserl, ha scritto un volume che si intitola “Tornare alla cosa in sé” ossia alla realtà e di questo ha bisogno la cultura, il pensiero moderno e noi tutti. Se c’è un aspetto decisivo della vita e della totalità dell’amore in tutte le sue forme, che ha sempre a che fare con il fatto che siamo uno di anima e di corpo, è tornare alla realtà. Circola l’idea che non vi sia bisogno di imparare ad amare, ma questo è grande errore. Imparare ad amare esige tempo e dedizione».

Da questa premessa, una prima indicazione: «Se si è sinceri nell’innamoramento si aggiunge necessariamente il per sempre. Nessuno può evitare questo passaggio e questo significa che la dimensione della fedeltà e dell’indissolubilità del matrimonio fa parte del desiderio di amore che ciascuno ha, anche se tutto sembra contraddire questo dato».

Insomma, il “per sempre” non è un’aggiunta, ma è parte integrante dell’amore autentico. «Una delle cose più commoventi è vedere sposi che hanno decine anni di matrimonio alle spalle. Come sarebbe bello se i giovani comprendessero la libertà e il compimento di felicità che è dentro a una vita trascorsa così, rispetto al continuare a cambiare».

«Altra cosa è la fragilità per cui può darsi che uno non regga tale per sempre, ma ciò non ne mette in discussione la sostanza», sottolinea l’Arcivescovo

La questione è, semmai, come affrontare tale fragilità per ridare all’amore tutta la sua forza e dignità. È in questo contesto che emerge un secondo punto. «Non possiamo escludere il “Tu” con la maiuscola dalla relazione».

Riferimenti che il Cardinale ribadisce nel dialogo che tocca i temi dell’esempio di genitori che magari non sono riusciti a mantenere la loro promessa, del cambiamento negli anni dell’Istituto matrimoniale, dei “punti di forza” su cui fare perno di fronte alle immancabili difficoltà della vita, del ruolo della Comunità e degli amici nel cammino di coppia.

«Ricordate che la questione del punto di forza è fondamentale, perché ciò che viene chiesto con il matrimonio cristiano – la fedeltà, l’apertura alla vita, la sincerità – non sono un giogo, ma garanzie per vivere bene. Occorre partire dalla realtà e ascoltare ciò che essa suggerisce, aiutare e aiutarvi l’un l’altro a comprendere cosa dice sul senso della vita. Bisogna cercare le tracce del per sempre dall’interno della realtà, affrontandola insieme. Ma il vero punto di forza quando appare il negativo, il problema, è il “Tu” del Signore. Con Dio, come un’esperienza viva, tutto cambia. Solo questo “Tu” è il fattore di garanzia per superare la fragilità».

Per questo Balthasar poteva scrivere le parole che il Cardinale cita: “Il matrimonio si rivela come il prezioso recinto che comprende e supera i desideri di evasione dell’individuo e costringe i vacillanti a crescere verso l’amore effettivo Non sulle sabbie mobili della fragilità devo basare la mia personale fedeltà, ma in forza della fedeltà che Cristo mi dona”.

«Quando andrete in chiesa per celebrare il vostro matrimonio chiamate il “Tu” di Cristo a essere il fondamento della fedeltà e non avrete paura di farlo diventare un dovere. Questo è il consenso matrimoniale e sarà sempre questa la fonte della Misericordia e del perdono reciproco».

Come a dire, è ovvio che alla base dell’amore vi sia la dimensione affettiva, ma poi questo deve diventare una scelta effettiva attraverso la volontà di assumerne il dovere della fedeltà sulla base di Cristo. «Così la vita è più piena». Infatti, «non è affatto vero che quando appare il dovere termina il desiderio, che quando appare il compito termina il volere, anzi».

E, infine, prima di uno scambio amichevolissimo di saluti con i tanti che gli si avvicinano, un ultimo, paterno, consiglio «Non fate l’errore di chiudervi, la Comunità e la Chiesa sono la base per vivere quel “Tu”. È fondamentale l’appartenenza solida a un’amicizia cristiana, che genera uno stile di rapporto basato su Cristo stesso, che è il garante, carico di amore, del destino della coppia e della famiglia in cui i figli sono un surplus di amore. Non abbiate paura, perché nella Chiesa c’è spazio per tutti, certo, a talune condizioni. Affrontate tutti i problemi quotidiani alla luce non del pensiero dominante, ma di quello di Cristo. Avete il grande compito di costruire famiglie che siano chiese domestiche».

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