È il Decanato “Treviglio” la ventottesima realtà “toccata” dal cardinale Scola nella sua Visita pastorale feriale. Ai molti fedeli riuniti nella chiesa di san Pietro Apostolo l’Arcivescovo ha raccomandato di «far brillare il tutto che viene prima del particolare»

di Annamaria BRACCINI

Treviglio

Accolto «con gioia e riconoscenza», dal responsabile della Comunità pastorale Madonna delle Lacrime e decano, monsignor Giovanni Buga, è il Decanato di Treviglio, città in provincia di Bergamo, ma in Zona VI della Diocesi, a dare il benvenuto al cardinale Scola che, così, raggiunge i 28 Decanati “toccati” con la sua Visita pastorale “feriale”. Visita che inizia, appunto, con la presenza dell’Arcivescovo tra i laici e i sacerdoti – in prima fila, ci sono le autorità civili, militari e le espressioni delle molte Associazioni di volontariato presenti sul territorio – nella chiesa trevigliese di San Pietro Apostolo.      
«Non è senza valore il fatto che stiamo vivendo questo gesto in una chiesa, perché i cristiani non fanno riunioni come i partiti o il sindacato, ma assemblee ecclesiali e, quindi, occorre partecipare a tale momento guardando all’assemblea per eccellenza che è quella eucaristica. Ciò deve fare emergere tra noi uno stile nell’ascolto vicendevole e nella vicinanza, anzitutto, a chi è nella prova e nel bisogno», chiarisce subito Scola, indicando i tre momenti della Visita Pastorale. Articolazione che, dopo l’incontro con il Vescovo, prosegue con la capillarizzazione sul territorio delle indicazioni offerte, per arrivare, infine, all’individuazione del gesto concreto più importante e urgente da compiere nella e nelle realtà del Decanato, formato, a Treviglio, da nove parrocchie per una popolazione complessiva di 49.127 abitanti.  
Lo scopo della Visita “feriale”, «perché volgiamo che entri nell’esistenza di tutti i giorni», è quello proposto a tutti: superare il «fossato creatosi tra fede e vita», ritrovando il senso dei fondamentali del Cristianesimo (così come delineati e attualizzati già nella Lettera pastorale, “Alla scoperta del Dio vicino”), secondo l’esempio della Chiesa primitiva di Gerusalemme. Dunque, partecipazione consapevole alla vita pastorale, immedesimazione con la Parola di Dio, educazione al gratuito e al pensiero di Cristo, comunicazione semplice e diretta della vita nuova in Gesù.
«Oggi partecipiamo con maggiore convinzione alla Messa, ma poi, usciti dalla chiesa, ragioniamo subendo le opinioni dominanti che i mass media ci impongono. Tutte le cose sono diverse se si fanno con lo stile di Gesù, avendo gli stessi sentimenti che Lui provava», spiega, infatti, l’Arcivescovo.   
Poi, le domande sulla trasmissione della fede «con il compito e la missione dei sacerdoti e dei laici» e il desiderio «di far crescere  il senso della Comunità, essendo testimoni credibili». 
«L’educazione non è una trasmissione di nozioni, ma è l’incontro tra un educatore e un educando che ha il solo scopo di tirare fuori le potenzialità di quest’ultimo per aiutarlo affrontare la realtà. L’Iniziazione è questo, condurre tutta la persona a incontrare tutta la realtà»
Il pensiero è alla libertà educativa di don Bosco, anche per la presenza nel Decanato di un grande Istituto salesiano: «Questo è il punto più importante di tutti, noi abbiamo ridotto l’educazione a uno schema scolastico, ma i valori passano solo se si vedono incarnati nella testimonianza. La difficoltà dell’Iniziazione nel nostro tempo è la difficoltà stessa dell’educazione che si può identificare nella realtà frammentata che viviamo. Manca, quindi, la condizione fondamentale perché l’incontro educativo vitale  avvenga. Ciò che la realtà non dà al ragazzo, in termini di unità, anche noi non sappiamo più offrirlo come strutture, per questo è fondamentale un’alleanza educativa».
L’esempio è sotto gli occhi di tutti: «Non bisogna che i catechisti si concepiscano come separati dall’intero contesto della Comunità educante, altrimenti l’Iniziazione è un doposcuola come altri. Occorre che chi ha la responsabilità ultima della Catechesi coinvolga tutti i soggetti interessati». 
Chiara anche la risposta sulla credibilità: «L’unica strada è vivere con semplicità l’esperienza della Comunità in tutte le sue componenti, con la vita bella che comporta l’essere con Gesù. In forza della sua compagnia riusciamo ad affrontare l’esistenza, sperimentandola già come anticipo dell’eternità, mentre spesso i nostri ambienti sono noiosi perché non c’è vitalità potente. Dobbiamo trovare un’energia diversa». 
Semmai l’interrogativo da porsi in profondità, allora, è «per Chi facciano tutto quello che facciamo, se è per Lui o per una tradizione meccanica». Insomma, «con quale logica, perché se si moltiplicano solo le iniziative, la complessità rende tutto più pesante».  
Arrivano le domande sulla famiglia, anche immigrata o ferita. «Possiamo vivere per Gesù solo se prendiamo sul serio i rapporti tra noi, come dimostra la nuova fratellanza instaurata dalla parentela in Cristo, il cui nucleo fondante è la famiglia. Famiglia che ha un ruolo decisivo per la vita della Chiesa e della Comunità sia cristiana che civile, come luogo dell’esperienza dell’amore, strada maestra per imparare ad amare, tanto che fin dal Medioevo, si è parlato della famiglia come chiesa domestica». 
Il riferimento non può che essere ai due recenti Sinodi che «hanno definito la famiglia come soggetto primario di Evangelizzazione. Il metodo deve essere quello di un ritrovarsi semplice parlandosi e partendo da un problema concreto. Abbiamo l’assoluta necessità di uscire dall’astrattismo». 
«Le ferite della famiglia oggi sono molte, perché abbiamo perso il senso dell’amore per sempre: la questione delle cosiddette famiglie irregolari si inserisce qui. Ma una cosa è certa – scandisce il Cardinale –, la Chiesa è per sua natura inclusiva e quindi i fratelli che vivono una ferita nell’unione, possono partecipare alla vita di Comunità a pieno titolo, basti pensare alle Esortazioni Apostoliche Familiaris Consortio e Sacramentum caritatis che elenca ben nove modalità con cui si può partecipare». 
Anche la questione dell’integrazione e dell’aiuto alle famiglie immigrate va affrontata con lo stesso stile. «La Chiesa fa il primo intervento, ma sta ai politici e alle Istituzioni  è il compito di affrontare il problema a livello europeo e mondiale; la società civile, poi, dovrà favorire l’integrazione. Non illudiamoci che il fenomeno, per cui cinquanta milioni di persone sono oggi in movimento sul pianeta, sia un’emergenza momentanea, è un processo che prenderà qualche decennio». 
Infine, la misericordia che «è il volgere il cuore a chi è nel bisogno, a partire da quello materiale, ma che è anche ciò di cui abbiamo bisogno quando siamo messi di fronte al nostro peccato»
«La Misericordia, realmente, è la modalità della relazione cristiana normale. Tutti noi personalmente e comunitariamente dobbiamo vivere sempre meglio uno stile misericordioso di vita abbandonandoci al bene che il Signore ci vuole»
E tutto questo a una condizione: «che l’unità venga prima del particolare. Qual è il modo più pratico per educarsi a questa unità? Nel frammento deve brillare il tutto, bisogna che il tutto della mia parrocchia, della mia Comunità pastorale, brilli nel Decanato e nella Zona. La Chiesa universale breve brillare in quella particolare» 

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