A Somma Lombardo, nella Basilica di Sant’Agnese, il cardinale Scola ha presieduto la Celebrazione eucaristica per la Comunità e per il Decanato. Moltissimi i fedeli presenti, con in prima fila gli otto sindaci del territorio coperto dal Decanato stesso

di Annamaria BRACCINI

scola somma lombardo 2015

I Dodici Kyrie ambrosiani, gli Alpini, le antiche Confraternite con gli emblemi e i colori storici, le Associazioni di volontariato, gli Scouts con le insegne che fanno ala al suo passaggio verso l’altare maggiore prima della Celebrazione, la gente che anche sotto la neve, fuori, nel piccolo sagrato, cerca di entrare nella basilica di Santa Agnese gremita.

È la giornata attesa da tutto il paese e dal Decanato di Somma Lombardo che attende il cardinale Scola e lo circonda subito di affetto. Ci sono i responsabili delle Comunità pastorali del Decanato e gli otto sindaci del territorio che copre; il primo cittadino di Somma, Guido Pietro Colombo, accoglie l’Arcivescovo all’ingresso con il parroco, responsabile della CP “Maria, Madre presso la Croce” e Decano, don Franco Gallivanone, che si è già recato, poco prima, con l’Arcivescovo alla locale Casa di Riposo “Bellini”. Ed è proprio con un pensiero alla collaborazione e sinergia decanale che don Gallivanone sottolinea: «Il nostro Decanato, sorto nel 1972, non ha un vero centro geografico e quindi tutto ciò che è stato fatto, è stato possibile solo attraverso la voglia di collaborare tra sacerdoti, le parrocchie, la gente e la scelta di condividere esperienze».

«Il gesto che compiamo insieme esprime la profonda dignità e grandezza dell’uomo, perché stiamo prendendo parte all’opera più importante della storia, il Figlio di Dio fatto uomo, morto come innocente assoluto sul palo della Croce per liberarci dal peccato e dal terrore della morte. Partecipare al sacrificio eucaristico domenicale è la modalità con cui, da millenni, le nostre terre fanno memoria viva di questo», risponde subito l’Arcivescovo, che nota il rilievo di un «convenire straordinario e insieme abituale, legato alle convinzioni di vita del territorio».

Nasce da una tale evidenza, la prima osservazione del Cardinale. «Questa grande partecipazione mostra che ci chiediamo il ‘per Chi’ viviamo ogni giorno prendendo parte alla Comunità». Questione che si fa tanto più urgente oggi, dopo attenti come quelli di matrice terroristica ripetutisi a Copenaghen, che ci interrogano, «rinnovano la prova» per chi, come noi, «ha spesso dimenticato Dio».

Il riferimento è alla pagina evangelica di Luca 18 «che, con semplicità e immediatezza straordinarie, mette a confronto il fariseo e il pubblicano». Guida, la parabola, nella riflessione di Scola, a un esame di coscienza coraggioso. «Il fariseo si autogiustifica davanti a Dio con una preghiera che, in verità, è un modo per gloriarsi: poi, c’è il pubblicano, colui che è in fondo e si fa vicino, come osserva Sant’Agostino».

Da qui la domanda, attualissima, che l’Arcivescovo lascia: «Nella vita di tutti i giorni, nella vita parrocchiale e civile di questa storica città, non siamo mai farisei? O non cadiamo anche noi nella tentazione di giudicarci a vicenda senza mai mettere in primo piano il nostri limiti, rischiando di essere pietra di scandalo per i fratelli? Pensiamo a quanto indica il Santo Padre che mette spesso in guardia dalla mormorazione, mentre, talvolta, tutti noi abbiamo comportamenti rigidi, sguardi e giudizi taglienti, «che non aiutano la conversione». Eppure mai come oggi pare necessario cambiare – «chi non cambia non cresce e ciò che non cresce muore» – mettendosi in gioco davanti al Signore con un mutamento del cuore dal “profondo”, specie ora, nel tempo in cui ci avviamo verso la Quaresima, chiedendo il perdono, che, in quel “per”, si fa dono continuo da parte di Dio.

Un perdono che «ci libera con speranza e letizia in questi tempi difficili, perché è radice di costruzione sana, di educazione dei figli», occasione di vita bella per le Comunità cristiane, «perché smettiamo di lamentarci, invece di rendere attrattiva la fede».

E tutto questo nella logica di un’armonica crescita e partecipazione anche alla vita civile perché «la provincia è e sarà la forza del nostro Paese, e ciò vincola a una grande responsabilità», scandisce il Cardinale, rivolgendosi direttamente ai fedeli e alle autorità.

La via per ritrovare fiducia esiste ed è – suggerisce l’Arcivescovo concludendo l’omelia, con le parole del santo patrono Ambrogio – «Lui che è alla tua porta e bussa sempre, ma non entra se non vuoi, perché ha un grande rispetto per la tua libertà. Affidiamoci a questo Signore che ci libera, per poterlo indicare a tutti i fratelli che hanno perso la strada di casa».

Infine, prima della gioiosa festa di popolo, una raccomandazione: «La scelta che avete compiuto di costituire le quattro Comunità pastorali è scelta ben avviata. Non bisogna avere paura dei cambiamenti, ma occorre assecondarli, soprattutto con l’elaborazione di una proposta pastorale valida per tutti e rispettosa delle singole realtà parrocchiali. Mi sembra che ci sia una buona azione di coinvolgimento. Se abbiamo fatto la Comunità pastorali è per arrivare capillarmente al cuore di ogni battezzato, ma con una proposta che risulti più persuasiva per le generazioni non più raggiungibili dalla piccola parrocchia». Coma dire, se l’obiettivo della CP è la missione, il terreno fertile è la concreta collaborazione di chi la vive e la edifica ogni giorno con la «testimonianza oggettiva, della bellezza e della verità di seguire il Signore, senza costringere nessuno». Per questo, è necessaria attenzione alla famiglia, impegno serio nell’ambito sociale e civile, «perché i grandi cambiamenti geopolitici ci toccheranno sempre più da vicino e Dio non voglia che siano troppo dolorosi. Come attraverso la scuola si impara a lavorare, le nostre Comunità devono essere luoghi di educazione all’amore vero».

Ringraziando «del aiuto portato a chi è nel bisogno e del rapporto equilibrato realizzato con gli stranieri», l’ultimo auspicio che si fa monito: «Come non si può costruire la famiglia senza perdono reciproco, così nella società non si può continuare a far leva sulla paura che – certo – non ferma i processi in atto come quello del miliardo di persone che sono attualmente in movimento nel pianeta. Senza accoglienza reciproca non riusciremo a dominare il cambiamento, anche se questo, come è ovvio, costa molte fatiche e difficoltà».

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