Il cardinale Scola ha presieduto l’Eucaristia per la Comunità pastorale Maria Madre della Speranza a Samarate. Al cuore della riflessione dell’Arcivescovo, la testimonianza

di Annamaria BRACCINI

Maria Vergine in Verghera

«Se siamo qui così numerosi, espressione delle quattro parrocchie della vostra Comunità Pastorale e perché abbiamo risposto allo stesso invito. Che cosa è, infatti, l’Eucaristia domenicale se non l’invito che ci convoca come comunità, resa famiglia nuova da Gesù passo, morto e risorto?».

Il cardinale, che presiede la Celebrazione nella bella e affollatissima chiesa della Natività di Maria Vergine, per la Comunità pastorale Maria Madre della Speranza, a Verghera di Samarate, saluta così i fedeli riuniti. È la festa patronale e le quattro parrocchie, quella in cui ci trova, la Santissima Trinità (la più grande), Cascina Elisa e San Macario, sono tutte presenti, così come i sindaci di Samarate e di Ferno, perché San Macario e nel territorio fernese. La devozione alla grande icona di Maria Madre della Speranza, posta sull’altare è evidente, tanto che all’Arcivescovo verrà, a conclusione, donata una piastrella del 1779 appartenente all’antico pavimento della chiesa della Trinità, con riprodotta la stessa immagine.

Il saluto affettuoso è del responsabile della Comunità, don Quirino Daniotti, il richiamo, nelle parole dell’Arcivescovo, è subito per l’attenzione alla Parola di Dio, «attraverso cui è Gesù stesso che ci parla, e si rivolge a ciascuno di noi».

Il racconto di Paolo davanti a re Agrippa, effettivamente impressionante, della propria conversione, diviene occasione per una riflessione definita «attualissima».

«Siamo qui perché abbiamo incontrato Gesù, lo abbiamo respirato con il latte di nostra madre, almeno nella mia generazione. In questa terra da generazioni e generazioni siamo stati immessi nella schiera di fedeli, e potemmo risalire fino al gruppo che lo vide risorto, senza soluzione di continuità».

Chiara la responsabilità che ne viene a noi oggi. «L’incontro con Cristo che cosa ci domanda? In che cosa dobbiamo cambiare per fare l’esperienza di Paolo, per vedere quella luce che lo portò fino a subire il martirio?».

Dall’incontro con il Signore – scandisce Scola – scaturisce, così, la grande responsabilità di vivere questo dono come il più grande della nostra esistenza. Ciò ci obbliga a una responsabilità, perché è la misericordia vivente di Dio che ci ama ad uno ad uno, che ci chiama per nome, anche se viviamo nella dimenticanza, come se Dio non ci fosse, anche se non riusciamo a portare fuori dalla chiesa, nella vita di tutti i giorni, questo stesso dono».

Da qui l’auspicio di una testimonianza autentica «nell’educazione dei ragazzi, sopratutto al momento dell’iniziazione cristiana, in quella dei giovani perché già alle scuole medie imparino così a sia l’amore; nel compito della condivisione del bisogno, nel riconoscere il nostro limite e il peccato; nell’edificare una vita civile giusta rispettando tutti, distinguendo la Comunità Cristiana dalla società civile, ma cercando un coordinamento tra esse».

Responsabilità, queste, profonde e oggettive, «in modo che il dono della fede, non sia vano».

Infine, la consegna che il Cardinale lascia: «affrontare con responsabilità la testimonianza, perché essa non è solo il buon esempio, ma la capacità di conoscere la realtà secondo lo sguardo cristiano: Per questo i cristiani, figli di un Dio incarnato, si interessano a ogni attività umana».

Dal Vangelo di Giovanni – “viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” –, il monito più doloroso, con il pensiero rivolto ai martiri di questi nostri tempi.

Racconta, l’Arcivescovo, di avere incontrato, nel pomeriggio, il papa dei Copti ortodossi, Tawadros II, (ottomila ortodossi copti vivono nella nostra Diocesi) e di averne ammirato la serenità nella potenza della preghiera.

«Gli estremisti, intolleranti e integralisti, credono di rendere culto a Dio, anche noi dobbiamo pregare, come faremo a Pentecoste e come chiede la Conferenza Episcopale Italiana, per i nostri fratelli martiri, rispondendo con la testimonianza della bellezza e della verità di seguire Cristo nella vita e ambiente di ogni giorno».

In questo contesto, particolarmente significativo e rilevante – lo evidenzia, infine, l’Arcivescovo – è il ruolo dei laici, «non dei clienti della Chiesa, ma attori», così come soggetto di evangelizzazione è la famiglia, che deve vivere nel Signore ogni giorno. «Occorre capire per Chi viviamo: questa è la principale valorizzazione dei laici, più importante di tutte le iniziative che possiamo promuovere, perché chiama a un coinvolgimento diretto nella testimonianza».

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