Il Cardinale ha presieduto la tradizionale Processione e Celebrazione Eucaristica dell’Indulgenza nella Festa del Perdono. Oltre un migliaio i fedeli che hanno partecipato al Rito concesso da san Giovanni Paolo II

di Annamaria BRACCINI

«Un gesto bello e importante anche nel mondo di oggi». 
Il cardinale Scola è a Pero per la Celebrazione dell’Indulgenza Plenaria concessa da san Giovanni Paolo II. Era il 1997 quando l’allora Pontefice – di cui proprio nella oggi ricorre il 12esimo anniversario della scomparsa – permise, prima alla parrocchia di Pero e, poi, a quella di Cerchiate, l’Indulgenza, resa definitiva nel 2002. Così per il Rito, sentitissimo dalla popolazione, giunge anche il cardinale Scola altrettanto atteso dai fedeli riuniti, dal 2011, nella Comunità Pastorale intitolata, non a caso, a san Giovanni Paolo II. 
La Processione parte dal Cimitero cittadino dove l’Arcivescovo viene accolto dai fanciulli del II anno di Catechesi, che ricevono simbolicamente la preghiera del Padre Nostro, e dai concelebranti, il responsabile della CP, don Maurizio Memini, il vicario, don Giacomo Beschi, don Alessio Albertini, assistente Ecclesiastico nazionale del C.S.I. e segretario della Consulta Diocesana per lo Sport, residente a Cerchiate. Non mancano le autorità militari e civili con il sindaco e l’intero Consiglio comunale. 
«Questa occasione ha radici lontane e profonde, ma è ancora una buona proposta da vivere nei nostri tempi», dice don Memini prima dell’Atto penitenziale e dell’Annuncio dell’Indulgenza proclamati dal Cardinale. 
Si avvia la Processione: a seguire la Croce, realizzata proprio per la prima Indulgenza vent’anni fa, ci sono oltre un migliaio di persone che arrivano nella chiesa “Visitazione di Maria Vergine”, già gremita di gente. 
«Quello che stiamo compiendo è una domanda di perdono che san Giovanni Paolo II, di cui oggi ricordiamo il trapasso al cielo, ci ha concesso. È un privilegio molto importante», dice, in avvio dell’omelia, Scola che fa riferimento alle famose parole pronunciate dal Papa polacco, appena salito al Soglio di Pietro: “Non abbiate paura”, «frase che, in questa V domenica di Quaresima, è ben illustrata dal Vangelo di Lazzaro». Una pagina profondissima da cui trarre due indicazioni, «perché è molto importante che il nostro gesto non vada perduto e ci accompagni nel quotidiano della vita. Infatti, come ci ha detto il papa Francesco, siamo fatti per vivere e non per sopravvivere, non per la rassegnazione che conduce a quell’atteggiamento di fatica e di mancanza di tensione alla costruzione di futuro che è l’accidia». 
Anzitutto, suggerisce quindi l’Arcivescovo, «non dobbiamo avere paura neppure della morte, anche se nulla come perdere una persona cara mette alla prova la nostra persona ponendoci di fronte alla prospettiva della nostra stessa morte». Una fine della vita terrena «che viene richiamata in Quaresima, non per averne paura ma per vederne il rapporto con la fede», con quel Gesù «che, innocente, si è lasciato impalare sulla croce per liberarci dal peccato e, appunto, dalla morte». 
«Il grande insegnamento che scaturisce dalla Liturgia della Parola di oggi, è l’urgenza della fede».
L’interrogativo è quale sia, appunto, «il suo posto nella nostra vita».
«È con la fede che viviamo il rapporto tra noi e che giudichiamo le cose? Con la fede vogliamo edificare comunione cristiana autentica e intensa e tendere all’edificazione della società civile?». 
Da qui la speranza e l’auspicio: «Mettiamo ai piedi della croce tutto ciò che ci preme sul cuore. Voglio insistere su quest’aspetto soprattutto per i più piccoli che hanno ricevuto il “Padre nostro”, perché il compito educativo è oggi il problema più importante e per fare ciò occorrono adulti, genitori, impegnati con Gesù. Vi invito a essere decisi nel vivere il rapporto con Cristo, con il Padre, con Maria, con tutti i Santi, in speciale modo con san Giovanni Paolo II. Ripartiamo da questa Eucaristia lieti per l’abbraccio che l’Indulgenza plenaria ci ha concesso». 
Poi, il Rito dello scrutinio battesimale del giovane Catecumeno Federico, la recita sull’altare, stretti attorno all’Arcivescovo, del “Padre Nostro” da parte di tutti i ragazzi del II anno di Catechesi e, al termine della Celebrazione, la benedizione dei “Tau” che vengono consegnati agli adolescenti impegnati nell’itinerario della Professione di fede. 
«La sua presenza rilancia il cammino che stiamo vivendo anche grazie alla conclusione della Visita pastorale avvenuta esattamente due mesi fa», dice il parroco, che dà voce all’affetto dell’intera Comunità, alla quale il Cardinale lascia un’ultima consegna. «Raccomando ai giovani di prepararsi bene alla loro vocazione di vita, imparando ad amare, partecipando alla Comunità e ai gesti che propone». 
«L’unità della comunità, nella società di oggi, rende più forte la fede: non dimenticate  che terre come le vostre sono decisive per la rinascita del Paese, che verrà dal basso». Consapevolezza, questa, che rende «più che mai necessaria la famiglia e la condivisione con tutti coloro che sono colpiti dalla cultura dello scarto, come il Papa ci ha testimoniato nella sua visita del 25 marzo. Dobbiamo fare attenzione ai gesti del Santo Padre e a quelli che la Diocesi propone, altrimenti restiamo attaccati alle nostre opinioni e facciamo fatica a cambiare». 

 

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