Il Cardinale ha dato il benvenuto agli 11 religiosi premostratensi giunti all’abbazia di Mirasole. «Impegniamoci per la rinascita civile del nostro Paese»

di Filippo MAGNI

mirasole abbazia

«Voi non siete un piccolo dettaglio in più nella Diocesi di Milano. Siete una novità dirompente». Difficilmente l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, avrebbe potuto trovare parole più motivanti per dare il benvenuto ai frati premostratensi che da pochi mesi abitano l’abbazia di Mirasole. Un complesso monastico eretto nel XIII secolo alle porte di Milano, nei prati che oggi appartengono al comune di Opera.

Disabitata da lungo tempo (gli ultimi religiosi la lasciarono 500 anni fa), l’abbazia torna ora a vivere con l’arrivo degli 11 frati: per la maggior parte sono novaresi (diocesi in cui si trovavano prima del trasferimento a Mirasole), ma c’è anche una rappresentanza cilena, francese e polacca. La messa che Scola celebra con loro, e diverse decine di fedeli, sabato 31 maggio rappresenta l’inaugurazione ufficiale di una realtà che desidera integrarsi pienamente nella realtà locale. Tanto da aver già acquisito come proprio il rito ambrosiano anche nella preghiera quotidiana. Per la gioia del cardinale, che sottolinea pubblicamente l’importanza del gesto.

E a quanto racconta il priore, padre Stefano Maria Gallina, una buona parte di ambientamento è già avvenuta se è vero che «siamo qui da pochi mesi – rivela -, ma sembrano anni per l’accoglienza benevola che ci hanno offerto le popolazioni circostanti e per i tanti nuovi amici che con noi condividono la messa, la preghiera, il lavoro». La nuova presenza è una ricchezza anche per le parrocchie e i movimenti locali: «I sacerdoti – spiega il priore – si rivolgono all’abbazia per organizzare riunioni, ritiri, celebrare le confessioni».

A seguito della riapertura, la struttura è diventata anche meta di turisti attirati dall’architettura e dall’arte lì presenti. «Capita– sorride padre Gallina – che giungano persone interessate alla visita del luogo dal punto di vista culturale e poi si trovino a vivere felici con noi un’esperienza spirituale».

Uno stile di testimonianza che sottolinea anche l’arcivescovo, durante l’omelia. «Questi nostri fratelli premostratensi – afferma – ci siano d’esempio perché non comunicano loro stessi, ma Cristo Gesù: dobbiamo essere solo servitori a causa sua». Perché, si chiede Scola, la grande domanda di senso non giunge alla bocca di tante persone, le quali sembrano invece tentare di mettere da parte Dio nel loro quotidiano? «Perché abbiamo reso la testimonianza talmente doveristica – è la risposta – che ci sembra di comunicare noi stessi, cessando quindi di essere testimoni. Guardiamo allora alla bellezza del luogo in cui ci troviamo, alla bellezza della veste monastica e alla bellezza della preghiera di questi fratelli religiosi: ci comunicano che loro sono qui solo per Cristo».

L’abbazia di Mirasole è proprietà della Fondazione Ca’ Granda dalla fine del ‘700, quando gli fu assegnata da Napoleone Bonaparte. Oggi è proprio la Fondazione ad averne assegnato l’utilizzo ai premostratensi con un accordo della durata di 99 anni. «Ringrazio la Ca’ Granda – non manca di affermare il cardinale – nella persona del suo presidente, prof. Giancarlo Cesana, per la decisione cui ha contribuito anche l’impegno di mons. Erminio De Scalzi: è dimostrazione che quando la carità si unisce all’intelligenza nasce la genialità delle scelte».

Un atto esemplare che, auspica infine l’arcivescovo, «può contribuire alla rinascita civile del nostro Paese, delle nostre terre, per la quale tutti ci dobbiamo impegnare. Ciascuno nel proprio ambito, tendendo a quella amicizia civica che è l’unico collante possibile, puntando a un riconoscimento reciproco che ci rende narratori incessanti della nostra proposta di vita civile. Tesi al confronto, senza pretese egemoniche, ma convinti che la nostra testimonianza sia un bene per tutti».

L’augurio finale del cardinale Scola, rivolto ai religiosi e ai fedeli, è una citazione di Sant’Agostino, la cui regola è seguita dagli 11 frati: «Ricordiamoci le sue incomparabili parole: “Cristo, pur trovandosi lassù, resta anche con noi. E noi similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con Lui”».

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