L’Arcivescovo ha aperto la Visita pastorale al Decanato. Tanti i temi trattati nell’assemblea ecclesiale nel cinema-teatro Cristallo, alla presenza di centinaia di fedeli

di Annamaria BRACCINI

Tredici realtà per un Decanato complesso, alla periferia sud-ovest di Milano, che con i suoi oltre 119 mila abitanti è il più popoloso della Zona VI. La realtà di Cesano Boscone – forse più nota, ingiustamente, per fatti di cronaca legati a infiltrazioni mafiose – è invece quella di una comunità viva, connotata, come ricorda il decano don Roberto Soffientini, «da un’attenzione del tutto particolare per le nuove povertà e da tante realtà di eccellenza come la Fondazione Sacra Famiglia, il Consultorio familiare di Assago, le Acli, lo spaccio Caritas e l’attività pluridecennale del cinema-teatro Cristallo». Luogo dove il cardinale Angelo Scola avvia la Visita pastorale feriale, incontrando diverse centinaia di fedeli, accompagnato dal Vicario di Zona padre Michele Elli.

Non è la prima volta che l’Arcivescovo si reca a Cesano Boscone, come lui stesso ricorda: «Dopo aver fatto un’assemblea ecclesiale con voi, nel marzo del 2015, ho notato che questo modo di dialogare favoriva l’ascolto reciproco. Devo alle vostre comunità questa scelta e la possibilità di constatare la bontà di tale metodo», spiega rivolgendosi alla gente, tra cui tanti giovani nelle prime file, il clero, i consacrati e molte consacrate, le autorità militari e civili con i sindaci del territorio.

Laddove il significato più esatto della parola “Chiesa” è il convocare (uno dei 4 verbi indicati dal Direttorio dei Vescovi per illustrare il dovere episcopale della Visita), il Cardinale aggiunge: «Questo è, forse, il gesto più importante dei miei 26 anni di episcopato. Stiamo vivendo la fede come esperienza di umanità e questo determina uno stile di ascolto». Poi, l’esplicitazione dell’articolazione della Visita stessa e del suo obiettivo particolare, «il superamento del fossato tra fede e vita, quando si esce dalle chiese nel quotidiano». Da qui lo scopo specifico dell’educarsi al pensiero di Cristo.

La castità, la famiglia, la Caritas 

Iniziano le domande, da una prima mai emersa finora nelle 71 assemblee ecclesiali già svolte: «Come è possibile dire la castità oggi?», chiede Lina. Marco e Luisa si interrogano sulla famiglia e su realtà come i nuclei monogenitoriali, i separati, le nuove unioni. Antonia, della Commissione Caritas, chiede «di quali strumenti abbiamo bisogno per vivere, in modo cosciente e coerente, la difficoltà del quotidiano».

«Purtroppo anche noi preti non parliamo più di castità, ma non è vero che sia una questione che non interessa o superata», spiega subito Scola, che richiama un dialogo sul tema avuto con 800 giovani quando era Patriarca di Venezia: «La castità non è solo vivere in maniera equilibrata la dimensione sessuale della persona, ma esprime, nel senso più ampio, la virtù che presiede alla compostezza e si riferisce all’essere padroni di sé, responsabili del proprio agire. È una disponibilità ad affermare in pienezza la capacità di amare, di vivere il bell’amore che, nel rapporto uomo-donna, inizia dalla passione, intesa in senso nobile, per diventare amore effettivo, raggiungendo l’altro come altro, rispettandolo, soprattutto nella sfera più delicata che è quella sessuale. La differenza sessuale, la relazione e la generazione dicono tutto il bell’amore. La castità permette di vivere l’uno di anima e corpo che è ciascuno di noi, considerando il corpo, come diceva San Giovanni Paolo II, il Sacramento della persona. Non è depotenziando il valore di questa grande virtù che aiutiamo i giovani, come testimonia l’esempio della grande Santa Maria Goretti».

Relativamente alla famiglia, la premessa dell’Arcivescovo è «sul problema più grave di tutti: la convivenza». «Convivere è “mettere il carro davanti ai buoi”, perché se si escludono a priori gli elementi della fedeltà e della fecondità, cosa si può verificare dell’amore? – scandisce -. D’altra parte i nostri ragazzi e anche noi adulti abbiamo molta paura del “per sempre”. In ogni caso, l’accoglienza e l’attenzione riservata a tutti i conviventi, alle situazioni cosiddette irregolari – anche se la parola suona male -, alle famiglie monogenitoriali, è necessaria poiché esse non sono fuori dalla Comunione della Chiesa, come hanno indicato già le Esortazioni apostoliche Familiaris consortio (1981) e Sacramentum caritatis (2007), che propone addirittura nove modi di partecipazione alla vita della comunità ecclesiale. Con Amoris Laetitia papa Francesco ha detto che non voleva rinunciare in nessun modo alla Dottrina, anche se, soprattutto i mass media, si sono concentrati solo sull’ammissione alla comunione di separati e risposati… Dopo aver partecipato ai due recenti Sinodi sulla famiglia trovo che, semmai, siamo stati molto deboli, nella nostra riflessione, intorno al rapporto tra l’Eucaristia e il matrimonio, la cui indissolubilità è espressione di quella tra Cristo e la Chiesa. Per questo non si può mettere sullo stesso piano il sacramento del matrimonio e l’unione civile. Tuttavia il Sinodo, dicendo che la famiglia è soggetto di evangelizzazione, ha detto la cosa fondamentale». L’invito «pressante» è ad affrontare tutti i problemi dall’interno delle famiglie, cercando poi insieme di valutare ogni cosa alla luce del Vangelo: «Così la famiglia diventa davvero Chiesa domestica e si valorizzano i laici».

Articolata anche la risposta sul comparto caritativo, letto da Scola a partire «dal passo in più che si può fare in territori segnati da difficoltà sociali come Cesano Boscone, definito «una sorta di microcosmo della convivenza e laboratorio per il cristianesimo milanese del futuro». La strada percorribile in tal senso è, quindi, «situare bene il nostro personale incontro con Cristo nella comunità e proiettandolo, poi, nella costruzione di una società civile più giusta». Attraverso l’appartenenza piena e completa alla comunità cristiana, si lotta contro il male, suggerisce ancora il Cardinale: «I due poli sono la comunità e l’individuo che senza di essa non matura».

La cultura coniugata con la carità e la visita del Papa

Ancora interrogativi, elaborati come gli altri a livello di Consiglio pastorale decanale. Laura interviene sulla cultura; Maria Grazia torna sulla carità vissuta come categoria evangelica in una società diventata multietnica; Rossana, una degli 800 Rol della Diocesi, riflette sul significato profondo dell’incontro con il Papa.

Chiare, nella loro sinteticità, le risposte dell’Arcivescovo: «Introdurre la dimensione culturale, che non è un fatto anzitutto di libri, ma di esperienza, è fondamentale per educarsi al pensiero di Cristo. La cultura cristiana, in questo senso, è testimonianza, conoscenza della realtà e comunicazione della verità».

Sulla povertà, «il Papa dice che se guardiamo alla realtà con gli occhi dei poveri, facciamo meno fatica a intuire il pensiero di Cristo, ma questo comporta imparare ad amare, perché oggi vi è una grande confusione. Amare significa amare per primi, per sempre, e rispettare l’altro. Per questo, nella Lettera pastorale Alla scoperta del Dio vicino, abbiamo voluto indicare tra i 4 “fondamentali” o pilastri della Comunità di Gerusalemme, l’educazione al gratuito». Un “farsi prossimo” fatto di gesti semplici come il dono di una parte del proprio tempo, senza troppe sovrastrutture, giocandosi in prima persona: «Non dimentichiamo che lo scopo della Caritas era sottrarre la carità alla delega, come disse Paolo VI istituendola. Così la carità si fa cultura».

Infine, la Visita del 25 marzo, da comprendere nel suo significato fondativo: «La preoccupazione del Santo Padre si concentra sull’essenziale che, per quanto riguarda i cristiani, è Gesù Cristo come misericordia del Padre. Papa Francesco viene a Milano per confermarci in ciò che conta ultimamente nella vita, Cristo e il rapporto personale e comunitario con Lui generatore di gioia».

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