L’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione eucaristica nella Prepositurale di San Zenone a Castano Primo per sottolineare, con i moltissimi fedeli riuniti, il significato della tradizionale devozione al Crocifisso, qui particolarmente sentita

di Annamaria BRACCINI

Crocefisso Castano Primo

«Grazie per questa accoglienza, così simpatica, in un luogo dove si impara vicendevolmente, si diventa amici, ci si diverte e si prega Gesù».

Lo dice il cardinale Scola nello spazioso salone dell’oratorio di Castano Primo, dove è accolto da tanti bambini, ragazzi, animatori ed educatori. Un breve omaggio musicale, sulle note del tema del Grest di quest’anno, “Tutti a tavola”, fa dire all’Arcivescovo: «Gli oratori sono nati perché, come è scritto sulle vostre magliette, “siamo affamati di vita buona”. Per unire tutti gli aspetti della nostra vita che vogliamo, appunto, bella, ci vuole, però, un “filo” che li leghi e che è il Signore Gesù. Per questa vita bella in famiglia, a scuola, nel rapporto con gli altri, ci vuole Qualcuno che la renda buona». E così l’Arcivescovo, raccomanda, ai più piccoli, la preghiera quotidiana con i genitori e l’accoglienza in oratorio di tutti i coetanei, anche di diversa religione, e, agli educatori, di «imparare ad amare perché in questa parola c’è oggi tutto e il contrario di tutto. Bisogna capire il disegno che Dio riserva su ogni donna e uomo, anche se fosse la vocazione a darsi per intero al Signore, un fenomeno che è più potente dell’innamoramento».

Poi, accompagnato dalla banda musicale, dalle autorità militari e civili, tra cui il sindaco Giuseppe Pignatello, dai ragazzi, il Cardinale entra, accolto da un applauso scrosciante, nella Prepositurale di San Zenone gremita.

«Tante cose in questi anni sono cambiate a Castano, come in tutto il territorio che attualmente conta undicimila abitanti. È cresciuta di molto la presenza di immigrati, è cambiato il lavoro – ora i Castanesi sono pendolari a Milano o turnisti alla Malpensa, è cambiata la Pastorale, con l’avvio della Comunità del Santo Crocifisso che, dal 2010, unisce le due parrocchie del paese. Ma se c’è una cosa che non è mutata è la devozione appunto al Crocifisso», spiega don Giuseppe Monti, responsabile uscente della Comunità che concelebra unitamente ad altri sei sacerdoti, tra cui i due vicari parrocchiali. A dominare è la grande croce lignea con l’immagine di un Signore umanissimo, che pare proteggere l’altare e il popolo di Dio riunito, venerata fin dalla metà dell’Ottocento e a cui viene dedicata una festa solenne ogni venticinque anni “per grazia ricevuta”.

«Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di poter venerare questa preziosa reliquia che diventa il tramite del rapporto personale con Gesù generante, poi, il rapporto comunitario tra noi, proprio perché abbiamo tutti in comune Cristo», dice, all’inizio della sua omelia, il Cardinale.

Un’appartenenza a Cristo che diventa il criterio per vivere tutte le appartenenze, «perché chi dice di appartenere unicamente a se stesso, in verità appartiene solo alla realtà dominante che ci raggiunge attraverso i media», scandisce.

È il Signore che garantisce questa grande famiglia umana e per questo, infatti, Scola aggiunge: «Guardando questo Crocifisso così armonico, così trattenuto nel suo dolore, eppure così offerto e abbandonato, siamo chiamati, nella Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, ad adorarlo».

Ma perché farlo? Il richiamo è alla Seconda lettura, l’Epistola ai Filippesi, in cui Paolo scrive con molta chiarezza: “Cristo pur essendo Dio assunse la condizione di servo diventando simile agli uomini… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.

«Per questo adoriamo la croce, perché contemplandola, impariamo cosa sia l’amore come grido della salvezza, cioè del compimento di sé e della felicità che domanda l’offerta totale. Il Padre ha mandato il Figlio per questo amore e Gesù, senza conoscere peccato, si fa così trattare da peccato, perché vuole il nostro bene e la nostra salvezza».

Solo comprendendo tutto ciò, suggerisce l’Arcivescovo, possiamo introdurci al senso pieno della vita, nella quale si entra con un debito, «perché nessuno può generarsi da se solo». Ed è un debito –questo – che dobbiamo onorare, appunto attraverso il dono di noi stessi a somiglianza di Cristo.

«La vita ci è data per essere donata, tanto che, se non la si offre, il tempo la ruba, perché perdendo il senso dell’amore, si diviene sottoposti alla schiavitù della morte, nel timore del cadere nel niente».

Da qui l’auspicio: «Impariamo dal Crocifisso cosa sia l’amore vero per affrontare le difficoltà del vivere, con i cambiamenti che anche qui si sono resi evidenti, con i mutamenti radicali in atto in questo tempo, con il mescolamento di popoli di cui fate imponente esperienza (a Castano il 9% della popolazione è di origine straniera), con gli eventi che accadono, come quello di questi giorni (il raduno a Castano di CasaPound) per cui avete avuto gli onori della cronaca».

E se il problema più grave dell’oggi rimane quello identificato dal Cardinale nella sua recentissima Lettera pastorale, “Educarsi al pensiero di Cristo”, ossia la rottura tra la fede e la vita quotidiana – «quella rottura che si è sempre prodotta quando i cristiani non hanno compreso che l’Eucaristia non è un rito, ma l’incontro vivo con Cristo» – – , l’esortazione è appunto, «a portare la fede nell’oggi della storia, nel quotidiano, nelle famiglie, nei rapporti della comunità cristiana, in tutti gli ambienti di vita e di lavoro, con semplicità e proposta libera negli affetti e con una modalità di accoglienza intelligente. Allora il Crocifisso diventa il centro dell’esistenza, la croce gloriosa che attira tutti a Sé con il suo perdono e la Misericordia».

A conclusione è il nuovo responsabile delle Comunità pastorale, don Piero Visconti che promette: «La sua visita, Eminenza, sarà un’occasione per prendere insieme alcuni impegni, come riportare la centralità di Gesù nella nostra vita, approfondendo la comunione ecclesiale, vincendo le tentazioni di chiuderci, per aprirci nella carità vera e nella libertà che nasce dalla comunione con il Signore. Le assicuriamo la nostra preghiera e obbedienza con la confidenza e la vicinanza di figli che questo incontro ha alimentato».

Quasi una risposta le ultime parole lasciate dall’Arcivescovo ai fedeli, prima delle gioiose foto tradizionali: «Il cammino della Comunità pastorale è il futuro. Certo, comporta fatiche, ma non trasformiamole in un’obiezione, perché occorre guardare all’aspetto missionario della Comunità che oggi ha bisogno di soggetti più robusti. L’unità viene prima del frammento: se brilla il tutto, ogni cosa diviene più bella e più semplice».

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