Il cardinale Scola ha incontrato i laici e i sacerdoti del Decanato Carate Brianza. Molte centinaia i presenti nel teatro “L’Agorà”, ai quali l’Arcivescovo ha indicato la necessità di coltivare uno “stile” autenticamente cristiano di vita

di Annamaria BRACCINI

Carate Brianza

Un incontro familiare tra il Vescovo e i suoi fedeli, preceduto da un approfondito e bel video realizzato dai giovani del Decanato. 
Inizia così la Visita pastorale che l’Arcivescovo, a Carate Brianza, compie per il Decanato omonimo. Nel Teatro “L’Agorà” – 700 posti, ma è collegata anche la vicina piccola cappella – laici, sacerdoti e tanti ragazzi nelle prime file, si affollano per ascoltare il Cardinale in questa realtà che copre nove Comuni, per un totale di 24 parrocchie e una popolazione di quasi 98.000 abitanti. Lo ricorda il decano, don Giampiero Magni che, con il vicario episcopale di Zona V-Monza, monsignor Patrizio Garascia, siede accanto a Scola.    
«Sono qui  per un  ascolto di fecondazione, di cui tutti abbiamo bisogno nella Chiesa e nella società di oggi, perché la fede viene, appunto, da un ascolto che trascina con sé tutti i sensi e deve essere esercitato in verità e in profondità», dice l’Arcivescovo, con un’espressione che si rifà ai Padri orientali. 
«Non stiamo facendo una riunione – che è affare di partiti e associazioni –, ma un’assemblea ecclesiale perché il criterio potente dell’incontro cristiano è l’Eucaristia domenicale, paradigma di ogni nostra assemblea», chiarisce ancora 
Dunque, un’assemblea modellata sulla Messa nei suoi tre passaggi fondamentali: la Confessione, con il riconoscimento dei propri peccati, l’ascolto della Parola di Dio e l’incorporazione a Cristo nell’Eucaristia, «evento che ha cambiato e cambia la storia, nonostante le apparenze, con il sacrificio di Gesù che ci fa fratelli in una nuova parentela». 
Nasce da tale consapevolezza, quello “stile”, indicato con forza dal Cardinale, che deve caratterizzare le comunità cristiane ed essere capace di mettere «in gioco la grande novità che Cristo ha praticato con i suoi, “Fate questo in memoria di me”. Non un consiglio o uno spunto, ma un comando da realizzare in tutti i tempi lungo la storia». 
Poi, come sempre, la spiegazione dell’articolazione della Visita, che prende avvio con la presenza del Cardinale nel Decanato – a Carate si arriva ai trenta già toccati –, prosegue nella capillarizzazione dei temi emersi, attraverso la ricerca delle urgenze del territorio e che si concluderà, infine, entro maggio 2017, con l’identificazione del passo concreto da compiere nelle singole realtà. 
E se, già nel 1934, il giovane don Giovanni Battista Montini denunciava una mancanza di fede nella cultura, oggi è evidente che il problema sia diventato radicale, interessando ormai ogni aspetto dell’esistenza, tanto che l’Arcivescovo indica proprio nel superamento del divario creatosi tra fede e vita, lo scopo ultimo della Visita. L’obiettivo è, infatti, «un educarsi al pensiero di Cristo che sia anche pensare lui attraverso tutte le cose, come scriveva Massimo il Confessore». 
Si parte con le domande, che cominciano proprio dal contenuto della Lettera pastorale e dall’educazione al pensiero di Cristo. 
«La risposta al ruolo marginale nel quale sono relegati i cristiani, per cui il cristianesimo oggi, nei Paesi ricchi, è sentito da molti come superato e alcuni intellettuali hanno potuto scrivere che viviamo in un’epoca  postcristiana, è mostrare tutta l’esperienza di bellezza che vi è nel seguire Gesù», spiega Scola. Ovvia la luce che da qui si irradia e, dunque, la necessità di comunicare «la convenienza umana del fatto religioso e della fede cristiana che, in specifico, è un fatto incontrovertibile» 
Insomma, se siamo fratelli e sorelle in Cristo, la strada è riproporre con semplicità la “stoffa” del cristianesimo e lo stile di vita diverso che esso genera a livello personale e pubblico. «Come ha scritto Benedetto XVI, la fede, dicendo all’uomo chi è, genera di per se stessa cultura, per cui il punto cruciale è tornare in termini semplici ed elementari all’essenza della vita cristiana». 
Il richiamo, in questa logica, non può che essere alla semplificazione delle strutture, delle iniziative e della nostra stessa vita «che non va decisa ideologicamente a tavolino, ma occorre lasciar avvenire, come si vede nelle Comunità pastorali che sono, appunto,  un fattore di semplificazione». 
Ma come fare, si chiede e chiede il Cardinale? «Dobbiamo riconoscere un’appartenenza comunionale che esalti la libertà personale e ci spalanchi allo sguardo amoroso verso tutti e tutto. Questo avrà una ricaduta su ogni ambito dell’esistenza, dell’economia alla  politica, in cui i cristiani vogliono solo convincere, senza alcuna pretesa egemonica. Ecco perché la missione non è una strategia».  
Poi, gli interrogativi sulla Comunità educante e sull’essenza stessa dell’educazione. «Oggi l’oratorio non può più, come un tempo, riproporre, in piccolo, il mondo e deve quindi concepirsi diversamente. L’unica via per venire incontro all’insuperabile urgenza di vita, senza la quale non si dà vera educazione, è tentare di vedere se tutti gli adulti che si occupano dei ragazzi siano portatori di un elemento unificante nella vita oratoriana. Questa è la Comunità educante: certo, non è facile, ma senza sacrificio non si costruisce nulla». 
Arriva anche la domanda sulla Caritas e la crisi «che genera incertezza e a cui si aggiunge il fenomeno dell’immigrazione».
«Bisogna accettare i dati di fatto perché la storia va avanti per processi che non chiedono il permesso di accadere», riflette il Vescovo. «Stiamo assistendo a un mescolamento di civiltà che si sta trasformando in un problema strutturale. Di fronte a ciò dobbiamo muoverci con il riferimento preciso all’esperienza di Gesù, avendo il   compito di prima cura. Altro è il ruolo delle Istituzioni che devono studiare strategie, ormai, di livello mondiale; infine vi è la società civile che deve promuovere educazione, integrazione e accoglienza. Evitando buonismi acritici e intellettualismi astratti, ma anche con una concezione dell’esperienza umana che non sia solo difendere il proprio benessere, occorre che questi tre soggetti si muovano insieme. Senza dubbio, nel meticciato c’è uno sconvolgimento di abitudini e tradizioni, tuttavia, se affrontiamo tutto ciò con lo stile che abbiamo delineato, anche il cambiamento diventa un fattore di crescita comune». Ma questo, solo – suggerisce il Cardinale – con alcuni chiari “nota bene”: «Guai se le Caritas diventano luoghi di delega per l’educazione al gratuito. Pur in realtà generosissime e commoventi come sono quelle presenti nella Chiesa ambrosiana, dobbiamo testimoniare che l’educazione al gratuito è una dimensione costitutiva e uno dei “fondamentali” della vita di fede. La dimensione dell’amore e del dono di sé è un gesto che si deve proporre regolarmente nella propria vita». 
Dall’interrogativo di un giovane che parla del rapporto con la sua ragazza e dice, «non voglio che Gesù abiti in un singolo contenitore della mia giornata», e dalla famiglia, le ultime riflessioni. «La modalità con cui si ama non può che essere un orizzonte che coinvolge tutte le dimensioni della vita. Infatti la misericordia cambia il cuore molto di più della legge. Dobbiamo avere uno stile anche nella vicinanza alla famiglia e a quelle ferite, con un’attenzione al quotidiano, secondo la mentalità e i sentimenti di Gesù. Indipendentemente dall’ammissione alla comunione sacramentale, le persone separate o divorziare fanno parte della Chiesa. Occorre avere apertura, non per produrre un adattamento alla mentalità dominante, ma per proporre il Cristo vivente. Si difende veramente qualcuno se si volgiamo uno sguardo di amicizia e di amore».

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