Il Cardinale Scola ha presieduto nella chiesa Santi Ambrogio e Martino di Cairate la Celebrazione eucaristica per la Comunità Pastorale “Santa Maria Assunta”. Ai moltissimi fedeli presenti ha raccomandato la necessità di un rapporto personale con Gesù

di Annamaria BRACCCINI

Santi Ambrogio e Martino_Cairate

Una mattina luminosa in tutti sensi, per il sole che splende, pur con il freddo del clima invernale che diventa subito un caldo benvenuto nel saluto al cardinale Scola della gente di Cairate e del responsabile della Comunità pastorale “Santa Maria Assunta”, comprendente anche Bolladello e Peveranza, don Basilio Mascetti. Nella parrocchia Santi Ambrogio e Martino, il Gonfalone cittadino fa bella mostra di sé ai piedi dell’altare, nove sacerdoti concelebrano l’Eucaristia e sono tanti i piccoli e i ragazzi che attendono curiosi ed emozionati il Vescovo, così come i moltissimi fedeli presenti.
«Siamo lieti di averla tra noi in questa chiesa consacrata dall’arcivescovo, oggi beato, Giovanni Battista Montini il 3 luglio 1960 e visitata cinque volte dal cardinale Martini e quattro dal cardinale Tettamanzi», dice don Basilio.
La chiesa è grande e gremita, il decanato di Carnago cui appartiene, invece, non è di vaste dimensioni e così, aggiunge Mascetti che è anche il Decano, «favorisce la collaborazione effettiva tra preti e laici», impegnati nella logica indicata dalla Nota pastorale “La Comunità educante”, attraverso i quattro pilastri fondamentali, l’Eucaristia basata sulla Parola di Dio, la condivisione con i fratelli, la memoria eucaristica di Gesù e l’apertura a tutta la famiglia umana».
A tutti – in prima fila ci sono il sindaco, Paolo Mazzucchelli accompagnato da molti assessori, autorità civili e militari –, si rivolgono le parole dell’Arcivescovo, che ha di fronte anche i rappresentanti delle tante associazioni di volontariato presenti sul territorio.
«Voglio esprimervi la mia commossa gratitudine per poter celebrare insieme, comunitariamente, l’azione più grande che si possa compiere, l’Eucaristia. Il gesto per cui ogni domenica rinasciamo partecipando, in questo modo, alla grande opera di Gesù che ha dato la sua vita per salvare la famiglia umana», dice subito.
«La Chiesa in senso proprio – spiega – è appunto Gesù che ci convoca per prendere parte all’avvenimento della sua Passione, Morte e Risurrezione. Cosa che ci permette di recuperare il senso del nostro passato e di aprirci al futuro anche se non lo conosciamo». Attraverso il filo rosso della pagina del Vangelo di Luca, con l’incontro tra Gesù e la peccatrice e il dialogo con il Fariseo, si articola la riflessione.
«È impressionante e sorprendente la grande capacità di Gesù di entrare nel cuore dell’uomo, anche con il Fariseo che porta il suo pregiudizio».
Un atteggiamento che non perde di attualità e che, suggerisce Scola, di fronte alla nostra incapacità di credere al Signore fino in fondo, «ci insegna cosa sia l’amore di Gesù che è causa della conversione e del cambiamento, e la ragione del perdono davanti a ogni nostra colpa».
Occorre, tuttavia, comprendere cosa sia questo amore, per affrontare e spalancarsi «ai grandi cambiamenti che intaccano aspetti fondamentali dell’esistenza, come il modo di amare, di concepire la vita, di confrontarsi con il dolore e la sofferenza, di riconoscere il male morale, di costruire una vita buona nelle nostre città. Tutti elementi sui quali, pur se tutto apparentemente sembra andare avanti come prima, si è prodotto una sorta di tsunami. Di fronte a questo, il punto critico e chiave, che costituisce la forza del nostro esistere in ogni circostanza, è il bisogno di essere amati definitivamente, oltre la stessa morte, perché tale necessità è condizione per amare a nostra volta».
Il pensiero è per l’Epistola ai Galati, appena proclamata nella liturgia della Parola, «che spiega bene cosa sia «quell’amore che rende vero il nostro esistere».
Come scrive Paolo, “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”: questa la frase fondamentale su cui riflettere in un’epoca di narcisismo e di individualismo esasperato. «Ecco perché celebriamo l’Eucaristia, segno tangibile e fisico della grande opera di salvezza di Cristo».
Da qui, l’invito che il Cardinale lascia alla Comunità. «Pur nel tanto bene che già fate, è necessaria una riscoperta della fede in modo tale che la presenza di Cristo sia personale – dobbiamo essere capaci di dare del “tu” al Signore –, con la consapevolezza che questa presenza viva e reale, se riconosciamo il nostro peccato, ci risana e ci perdona. Vorrei che portassimo tutto questo fuori dalle nostre chiese per essere testimoni di amore vero». Quello, che nella domenica dedicata dal Rito ambrosiano alla “Divina Clemenza”, si modella sull’amore preveniente di Dio.
«Credo di potervi incoraggiare a vivere i pilastri della vita di una Comunità cristiana inserita nel suo tempo e profondamente attenta alla Chiesa universale – l’Arcivescovo porta anche la benedizione di papa Francesco con cui ha avuto un lungo colloquio venerdì scorso –; al cuore via sia l’Eucaristia illuminata dalla Parola di Dio, l’incontro specie delle famiglie, che, come ha detto il Sinodo straordinario, è vera chiesa domestica, soggetto dell’annuncio di Gesù e non solo oggetto di cura». L’appello finale è, allora, «a vivere gli eventi di tutti i giorni alla luce della fede e comunicando con semplicità la bellezza dell’incontro con il Signore, magari trascorrendo una serata riflettendo insieme, accogliendo, ma sempre con un rapporto personale con Gesù».
Insomma, approfondendo, come dice San Paolo, “il pensiero di Cristo”, per essere in grado di rispondere alle sfide che vengono dall’immigrazione, dalle tragedie mondiali, da fenomeni come la tratta di uomini, donne e bambini (l’8 febbraio si celebra la Giornata Mondiale dedicata a questo tema). «Bisogna informarsi e prepararsi anche perché non possiamo subire il modo di ragionare dominante», ammonisce il Cardinale. Un compito da svolgere in prima persona, «perché se l’uomo di oggi non si gioca con coscienza e con libertà, non può vivere un’esperienza piena. Andate avanti personalizzando, con la preghiera personale e comunitaria, nella fedeltà alla Messa e alla confessione».
Poi, l’abbraccio con la gente, la breve visita al vicino Monastero di Santa Maria Assunta – un gioiello dell’arte risalente alla prima metà dell’VIII secolo, con affreschi del Luini, inaugurato l’anno scorso dopo i restauri – e il pranzo con i tutti i sacerdoti del Decanato di Carnago.

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