Il cardinale Scola ha dialogato con i fedeli laici della Comunità pastorale “Maria Madre della Chiesa” di Bareggio. Al termine dell’incontro l’annuncio che il responsabile, don Luigi Verga, è stato nominato a far parte del nuovo Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati

di Annamaria BRACCINI

scola bareggio 2015

Quando arriva, all’oratorio san Luigi, a Bareggio, sono oltre novanta i ragazzi che, appena dopo poche ore, domenica mattina, riceveranno la Cresima e che lo accolgono consegnandogli le loro lettere, domande e pensieri, alla vigilia di questo «importante avvenimento del nostro cammino di fede», come dicono intonando il canto “Solo insieme” per cui l’Arcivescovo nota: «Insieme, così si sta con Gesù e si impara nella vita cristiana». 
Sarà per questo inizio festoso, per l’applauso dei molti fedeli che sono già nel Cine-Teatro, per le parole di caldo benvenuto di don Luigi Verga, responsabile della Comunità Pastorale “Maria Madre della Chiesa”, che riunisce le due parrocchie di Bareggio, il clima che si respira è davvero bello e cordialissimo. Come sottolinea l’Arcivescovo, avviando il dialogo con i laici, «come se si fosse in famiglia». Il desiderio è quello di «essere aiutati a costruire la Comunità pastorale ed educante e, ascoltando il Vescovo, imparare a essere confermati nella fede per scoprire nuovi cammini personali e comunitari», spiega don Luigi ai presenti, tra cui, in prima fila l’intero Consiglio Pastorale, il sindaco Lonati con la Giunta comunale.  
«La parrocchia e la Comunità pastorale realizzano questo essere insieme se si capiscono bene i quattro grandi pilastri della Comunità delle origini, come sono descritte negli Atti degli Apostoli», dice subito Scola, che aggiunge: «Così si comprende la vita cristiana, ma anche i grandi cambiamenti in atto possono essere affrontati con un’attitudine costruttiva piena di serenità e di pace». Sentimenti, questi, che ben traspaiono dal brano di Atti al capitolo 2,41-47, appena proclamato nella breve preghiera introduttiva e da cui muove la riflessione del Cardinale, che evidenzia i quattro “fondamentali” dello stile di vita della Comunità di Gerusalemme: l’insegnamento degli Apostoli, la comunione, la perseveranza nella frazione del pane e nella preghiera e la constatazione che ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
«Tale deve essere la modalità con cui ,stando immersi nella realtà di tutti i giorni, possiamo fare emergere Gesù, o, come diceva San Massimo il Confessore, attraverso tutte le cose possiamo pensare Lui. Per questa ragione siamo qui riuniti, formando un’assemblea ecclesiale e non promuovendo un incontro o conferenza qualsiasi». 
Nella trasmissione della fede, per cui «anello dopo anello si rinnova nell’Eucaristia l’incontro bimillenario con Gesù», diventiamo, dunque, testimoni «della bellezza, della bontà e della verità di seguire Cristo, comunicando il nostro modo di pensare, ragionare e agire». 
Ma le nostre Comunità, Parrocchie, Movimenti, Gruppi, Associazioni, vivono veramente così, nell’educazione dei ragazzi, nel lavoro, nel riposo, nella necessità di costruire una società civile giusta? 
Da questo richiamo, il senso del dilago che si articola attraverso sei domande. 

Il dialogo con i laici tra domande e risposte 

Daniele, coordinatore del “Gruppo Buona Stampa”, si interroga «sulle difficoltà nel costruire la Comunità pastorale»; Marina, catechista, chiede «perché sia importante creare una Comunità educante; Valentina 17 anni, scandisce: «Sono moto grata di essere cresciuta in  oratorio. Come possiamo comprendere chi siamo e chi siamo chiamati a essere?» .
«È del tutto normale che fondersi nella CP abbia bisogno di tempo e di maturazione. Il problema è che non bisogna continuare a voltarsi indietro. Non dobbiamo dimenticare che siamo figli di un Dio incarnato che ci accompagna nel quotidiano, essendo simile a non in tutto tranne che nel peccato. Per costruire la Comunità bisogna rischiare, non scandalizzandoci delle fatiche, ma rendendo ragionevole il rischio ossia facendo diventare più missionaria la Comunità stessa. Il superamento delle difficoltà avverrà sempre di più, vivendo i pilastri che abbiamo illustrato», risponde l’Arcivescovo . «Non esiste Parrocchia, Comunità Associazione, Movimento senza questi quattro pilastri». 
Poi, la ragione della proposta della Comunità Educante: «Di fronte alla frammentazione delle nostra esistenza quotidiana, dovuta alla complessità del presente, occorre un centro unificatore, perché senza l’unità della persona è impossibile crescere e maturare. Cristo è venuto per questo, per essere il centro amato della nostra vita. Da questa evidenza è nata l’idea di una Comunità Educante che non significa creare altre strutture o voler fare tutto  – ognuno ha il suo ruolo –,  ma che deve promuovere la possibilità, tra i diversi soggetti coinvolti, di comunicare le proprie impressioni sui ragazzi e le scelte da compiere». E se «la vita si comunica solo attraverso la vita», è immediatamente chiaro    il ruolo dell’oratorio, una palestra di vita, appunto, per milioni di ragazzi ambrosiani, attraverso le generazioni.  
«Gli oratori sono un grandissimo dono e un’esperienza straordinaria anche per la società civile. L’opera che la Chiesa ambrosiana ha fatto è immensa». Il pensiero del Cardinale è per le grandi periferie urbane che sta visitando in questo periodo: «Mi dico spesso, cosa sarebbero le cinture metropolitane se non vi fosse stata la geniale iniziativa del beato Montini, con le centoquarantadue chiese costruite, con i loro centri di aggregazione, negli anni dell’immigrazione?» 
«La nostra vita è un dono a cui dobbiamo una risposta. Se non ci fossero state duemila anni di gesto eucaristico – “Fate questo in memoria di me”, ha detto Gesù – non saremmo così. Ma la ripetizione come crescita deve essere sperimentata per tutti e quattro i principi». 
Una pienezza secondo la quale «le nostre Comunità devono vivere perché solo il senso vero dell’appartenenza a Gesù forma l’insieme della comunità. Così la vita diventa una risposta, e realizza la vocazione. All’interno di questa il Signore manda dei segni precisi che ci fanno, poi, comprendere, la strada che si deve prendere». 

Una Comunità aperta a percorrere tutte le vie dell’umano 

Infine un secondo giro di domande: Massimiliano richiama i precetti della chiesa e la libertà di coscienza; Davide, che è un educatore, vuole approfondire il rapporto con i coetanei che non credono e «non sembrano cercare nulla»; Martina, mamma di tre figli, domanda, a nome di tutti i genitori, «cosa dobbiamo fare perché la proposta cristiana sia ancora oggi affascinante». 
«Sono tre interrogativi legati da un filo rosso», riflette l’Arcivescovo. «Bisogna anzitutto capire cosa siano i Comandamenti e i precetti, comprendendo che la Chiesa li propone non come un “no” ma come invito a precorrere la strada che arriva fino alla mèta. Anche quando il Comandamento inizia con un “no”, in realtà dice un “sì”, ma occorre educare la coscienza e questo può avvenire solo all’interno della Comunità cristiana». Comunità che deve essere, perciò, aperta a 360°, percorrendo tutte le vie dell’umano: «Nella parola incontro c’è anche il “contro”, ma se io credo che esista un Dio che ci è Padre, vivo e uso delle cose in maniere diversa. La vita cristiana è una grande e bella avventura: pur nelle tante tragedie, difficoltà, il Signore è tra noi». 
E, infine, l’annuncio che viene direttamente dalla voce del Cardinale «ho nominato, stante la sua lunga esperienza nei Consultori, don Luigi Verga, collaboratore (con don Diego Pirovano e una suora) del nuovo Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati che inizierà la sua attività l’8 settembre prossimo.

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