Nella ricorrenza dell’ordinazione episcopale del patrono, il cardinale Angelo Scola ne ha ricordato la «straordinaria figura universale in campo civile e religioso»

di Filippo MAGNI

Scola_Sant'Ambrogio

«Riconosciamo di appartenere a Cristo». È il passo necessario «per conoscere la verità». Perché tutti apparteniamo a qualcosa o qualcuno, e chi crede che questo non valga per sé, in realtà «appartiene ai poteri forti, che si insinuano a nostra insaputa nei cuori e nelle menti».
È ispirata al brano evangelico del Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore, che a lui appartengono, l’omelia pontificale di Sant’Ambrogio pronunciata dal cardinale Angelo Scola.
Un testo, aggiunge, che fonda la sequela piena di Gesù sulla categoria dell’appartenenza come condizione per giungere alla conoscenza della verità. «La conoscenza – aggiunge – che è una relazione profonda di amore».
È appunto alla «profondità di relazione tra Gesù, il Padre e lo Spirito che pesca la nuova parentela offerta da Gesù e di cui noi cristiani, nell’Eucaristia, facciamo esperienza sensibile».
Lo ascoltano dai banchi della basilica centinaia di fedeli: le sedie e le panche sono tutte occupate già 20 minuti prima dell’inizio della messa. A decine seguono la funzione in piedi. «Questa partecipazione – sottolinea Scola – denota il grande desiderio di ricordare il nostro santo patrono».
E dunque l’esortazione del Cardinale, pronunciata al principio dell’omelia nel giorno in cui si ricorda l’ordinazione episcopale di Ambrogio avvenuta il 7 dicembre del 374, è di vivere la ricorrenza «col desiderio di imitarlo. Convergiamo, uniti in profondità con i diversi carismi, affinché il desiderio di imitazione sia desiderio di santità. Vale a dire riuscita umana: è il bene nostro, dei nostri familiari, di tutti».
La vita del Santo, spiega l’Arcivescovo, è da esempio anche per una parola, “amore”, che è «sulla bocca di tutti, ma sulla quale circola anche una pesante confusione». Per capirne la vera essenza, aggiunge, guardiamo al nostro santo patrono e in lui a Gesù. «Ci ama per primo – predica Scola – e senza chiedere nulla in cambio. In ogni istante come se fosse l’ultimo istante». Insegna «uno stile di vita che passa attraverso la Croce per giungere alla gloria della Risurrezione. Mettiamo allora in conto – conclude il pensiero – che il bell’amore richiede sacrificio».
Straordinaria figura universale in campo civile e religioso, Sant’Ambrogio «ha lasciato un chiaro insegnamento circa i rapporti che la Chiesa deve intrattenere con chi non è cristiano». Lo scrisse Papa Giovanni Paolo II nel 1996 in occasione del XVI centenario dalla morte del Santo. Lo cita l’arcivescovo ricordando il “Discorso alla città” pronunciato la sera prima, occasione di dialogo con la città tutta. Un pensiero alla metropoli è rivolto anche da tutta l’assemblea durante le preghiere dei fedeli, quando invoca l’intercessione del Signore perché Milano rafforzi le sue caratteristiche di «città stimata per operosità e accoglienza».
La conclusione dell’omelia è «una dolce preghiera di Sant’Ambrogio», come la definisce Scola prima di scendere nella cripta con i sacerdoti e i seminaristi a venerare le spoglie del Santo, appena sotto l’altare maggiore. «Noi ti seguiamo, Signore Gesù: ma chiamaci, perché ti seguiamo. Senza di te nessuno potrà salire. Tu infatti sei la via, la verità, la vita, la possibilità, la fede, il premio. Accogli i tuoi: sei la via; confermali: sei la verità; vivificali: sei la vita».

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