Stefano Accornero, diacono permanente e infermiere al Sacco, riflette sulla Lettera dell'Arcivescovo: «Si rischia di perdere l’umanità proprio nel momento più delicato della malattia. Con i malati e le famiglie sarebbe bello ricreare un’alleanza, un rapporto di fiducia»

di Annamaria Braccini

stefano accornero (1)
Stefano Accornero

I mesi difficili della pandemia li ha trascorsi in prima linea, in una delle trincee ormai famose nell’intero Paese, nella terapia intensiva dell’ospedale “Luigi Sacco”, dove il Covid ha colpito duro. Stefano Accornero, 56 anni, infermiere da più di 30 anni, sposato con 4 figli, diacono permanente dal 2016, ringrazia per la sensibilità espressa nella Lettera dell’Arcivescovo rivolta al personale sanitario e racconta con semplicità la sua esperienza, definita «particolare e impegnativa», con la paura, l’isolamento, i primi tempi senza sapere cosa stesse davvero accadendo, le giornate massacranti, il «cambiamento che non terminava con il turno di lavoro, ma continuava anche fuori, nella vita quotidiana».

Nella lettera l’Arcivescovo invita a crescere nella relazione di cura. Secondo lei, quali potrebbero essere i percorsi per realizzare un salto di qualità?
Una volta la nostra professione era come una vocazione: venivano marcati i tratti umanitari, caritatevoli, c’erano le suore nelle corsie, eravamo come delle buone “crocerossine”; poi, circa 30 anni fa, ci hanno chiesto di diventare dei professionisti. Giusto, ma il rischio ora è che, una volta acquisite tali competenze, ben fissate e suddivise con altri operatori, la relazione di cura – intesa nel termine più umano e diretto – sia lasciata alla sensibilità del singolo operatore. Credo che sia un’esperienza comune ascoltare lamentele per qualche operatore disattento, a volte sgarbato e insensibile, seppure ineccepibile dal punto di vista tecnico. Ciò che si potrebbe auspicare è che l’aggiornamento degli operatori non sia solo tecnico-scientifico, ma che ci siano delle scelte nella formazione, anche nel percorso formativo introduttivo di base, per rivedere gli atteggiamenti di approccio e di relazione con il malato e anche con la sua famiglia. È un percorso da fare insieme, attraverso delle équipe. Non basta, come si fa adesso, andare ai congressi, all’evento formativo dove insegnano l’utilizzo di un nuovo dispositivo o un nuovo metodo di lavoro. Occorre fare di più.

Che cosa l’ha colpita maggiormente della lettera?
Ringrazio ancora l’Arcivescovo perché lo abbiamo sentito attento e sempre accanto a noi, ma soprattutto, con questa sua lettera, mi pare che ci abbia riportato al centro del nostro impegno, che non è solo l’attività lavorativa, ma è l’uomo. Ci ha parlato come categoria, ma anche come comunità umana. Ogni lavoro ha le sue problematiche, ma gli operatori sanitari in generale – penso soprattutto a chi porta l’aggravio della turistica -, pagano un prezzo alto nella vita personale. Quello che sarebbe bello con i malati e con le famiglie, è che si ricrei un’alleanza, un rapporto di fiducia: che sappiano che noi siamo dalla loro parte, che siamo anche noi persone. Il rischio è quello di perdere l’umanità proprio nel momento più delicato della malattia, della sofferenza e della morte: occorre salvare questa vicinanza e questo rispetto. Tutto sarebbe più equilibrato: basti pensare che all’inizio della pandemia, quando c’era tanta paura, ci hanno chiamati eroi, dopo, siamo apparsi quasi untori.

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