Nell’ottantesimo della consacrazione del Santuario, l’Arcivescovo ha presieduto l’Eucaristia richiamando il valore di un luogo «dove imparare ad avere uno sguardo benevolo verso tutti»

di Annamaria BRACCINI

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«La chiesa che abita l’incrocio della salute e della malattia, l’incrocio tra chi parla milanese e chi parla le lingue dei mondi, tra la relazione e l’indifferenza; tra la scienza e la superstizione, la preghiera e la bestemmia»: sono brevi, ma vanno dritte al cuore le definizioni che l’arcivescovo Delpini usa per descrivere, con una serie di “pennellate”, il Santuario dedicato a San Camillo De Lellis. Luogo appunto di incrocio concreto, edificato all’inizio del secolo scorso nel quartiere che, alle spalle della Stazione Centrale, ora è crocevia di tanta gente e popoli diversi. Spazio in stile eclettico neo-goticheggiante, da sempre di raccoglimento, preghiera e affidamento per il carisma e la presenza della comunità cittadina dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, i “Camilliani”, e per la Casa di cura intitolata al fondatore dell’Ordine. Senza dimenticare l’immagine della Madonna della Salute venerata nel Santuario (non a caso la sua prima dedicazione), consacrato in modo solenne ottant’anni fa esatti (era il 30 ottobre 1937) dal beato cardinale Schuster, allora arcivescovo di Milano.

Ed è allora il suo attuale successore a presiedere l’Eucaristia, concelebrata dal Provinciale per l’Italia del nord padre Bruno Nespoli, dal Superiore della Comunità padre Giuseppe Rigamonti, dall’economo padre Paleari e da altri sacerdoti, tra cui il Decano del Decanato Venezia don Natale Castelli e don Sergio Tomasello, parroco di San Gregorio Magno, nel cui territorio si trova il Santuario. Non mancano alcuni presbiteri infermi e anziani, come monsignor Giorgio Colombo (classe 1921), per molti anni impegnato nella Pastorale sanitaria e ospedaliera, che volle la statua di San Camillo De Lellis sulle guglie del Duomo nel 1969. I Dodici Kyrie peculiari del Rito ambrosiano, con cui si apre la celebrazione, paiono simboleggiare quella diocesanità – e, dunque, la centralità nel cuore della città e della Chiesa di Milano -, assunta dal Santuario nella quaresima del 2013.

«Da più di 100 anni, nel cuore della città, molte persone trovano qui consolazione e conforto e in questo luogo molti sacerdoti Camilliani hanno svolto il loro servizio e offerto la carità: un nome per tutti, fratel Ettore Boschini», dice nel suo saluto di apertura il rettore padre Aldo Magni, ricordando il confratello per il quale si sta per avviare la fase diocesana del processo di beatificazione e che proprio da questa chiesa partì, la sera di Natale del 1978, portando tra le mani due bidoni di minestra per i più disperati.

L’attesa e la promessa

«La Gloria di Dio entra nel tempio e lo riempie. Potremmo dire che questa Gloria, che abita in Gesù e che non è clamore impetuoso o trionfalismo di rivincita, ama il luogo in cui si incrociano le vite e i destini, le storie e i problemi e percorre le strade di Gerico, praticando questa arte». Il riferimento dell’Arcivescovo è al capitolo 19 del Vangelo di Luca, appena proclamato, con il racconto dell’incontro – appunto di sguardi – tra Gesù e Zaccheo, «tra l’attesa e la promessa», tra Colui che accoglie e riconosce e chi attende «aspettando solo una parola di conforto». Nasce così un amore che salva e che rende capaci di amare, aprendoci agli altri e a un futuro più umano e migliore, suggerisce monsignor Delpini: «Perciò siamo qui stasera, non solo per celebrare il passato, per gli 80 anni in cui questa chiesa è stata aperta per raccogliere preghiere, invocazioni e storie di gratitudine, ma per imparare ad abitare gli incroci, il che significa praticare uno sguardo benevolo verso tutti».

L’invito ai tanti fedeli presenti, provenienti anche dalle quattro parrocchie del Decanato Venezia, è a coltivare, nell’incontro, uno sguardo «che sa leggere in ciascuno il bisogno di gioia e di amicizia, l’attesa di una parola: uno sguardo che oggi, talvolta, è così raro», in un mondo dove vi è diffidenza «e si cammina piuttosto con la testa rivolta a terra, invece di dire “mi interessi”, perché in te riconosco un fratello o una sorella». «Forse non parliamo la stessa lingua, ma dove abita la Gloria di Dio c’è sempre uno sguardo di benevolenza e un modo di entrare in relazione che dice la stima previa e reciproca. Una vicenda che aiuta ciascuno a scrivere una storia migliore, perché sappiamo che in ogni altro abita il riflesso di Dio».

Una vita nuova

È questo che permette ciò che l’Arcivescovo chiama «l’azzardo di rischiare un incontro che va oltre l’incrociarsi occasionale e diventa un prendersi cura, costruendo una sorta di vicinato: vicini di casa, di storia, di missione, di speranza condivisa». Il miracolo avvenuto per Zaccheo – «singolare nella raccolta degli incontri di Gesù e che lascia scandalizzati perché il Signore va nella casa dei pubblicani» si fa parabola del presente e del nostro vivere inquieto nel Terzo millennio, possibilità «di quell’aprire il cuore alla gioia che consente di scrivere una vita nuova».

«In questa piazza, presso la Madonna della Salute, si incrociano strade e vite e, nei decenni, mi pare che si siano compiuti tanti miracoli. Forse non guarigioni prodigiose, ma operate dalla professionalità dei medici e del personale. Tuttavia, la guarigione più sorprendente è quella del cuore, che salva. Certo, preghiamo la Madonna della Salute perché dia la grazia di stare bene, ma anche perché, nei giorni della malattia, ci renda quel tempo della gloria di Dio che introduce alla salvezza nell’incrocio di sguardi con chi ci ama che ci rende capaci di amare».

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