Il cardinale Scola ha presieduto ieri il Pontificale di San Carlo, proponendo una riflessione sul sacramento dell’ordine. Durante la preghiera dei fedeli il ricordo alle vittime di Genova

di Stefania CECCHETTI

Scola in Duomo

Mentre fuori cadeva una pioggia scrosciante, all’interno del Duomo, venerdì 4 novembre, presbiteri e fedeli si sono stretti intorno al cardinale Angelo Scola che ha presieduto la sua prima celebrazione nella solennità di San Carlo da Arcivescovo di Milano.
Il solenne Pontificale nella festa del co-patrono della diocesi, concelebrato tra gli altri anche dall’arcivescovo emerito Dionigi Tettamanzi, è stato l’occasione per ripercorrere ancora una volta le celebrazioni diocesane appena concluse per i quattro secoli dalla canonizzazione del Borromeo. E proprio dallo Scurolo, la cappella sottostante l’altare maggiore dove riposa il corpo del Santo, è partita la solenne processione con cui si è aperta la celebrazione.
Dal momento che la messa nella Solennità di San Carlo, per tradizione, vede una speciale partecipazione del presbiterio, in comunione con i fedeli della diocesi, nella sua omelia l’Arcivescovo Scola ha colto l’occasione per una ampia riflessione «sull’inestimabile dono del sacramento dell’ordine e del ministero presbiterale». Un dono che riguarda i sacerdoti, ma che nella prospettiva dell’unità – indicata insistentemente come tratto distintivo della Chiesa dal brano dell’Epistola agli Efesini, proclamato come seconda lettura – interessa anche tutti i fedeli.
Partendo dalla considerazione che, come raccomandava proprio San Carlo, «la carità sacerdotale è lo scopo ultimo di ogni incontro di presbiteri», Scola ha richiamato l’insegnamento del Concilio Vaticano II (in particolare il Decreto Presbyterorum Ordinis) «che pensa l’unità del presbiterio con il vescovo in termini sacramentali (“intima fraternità sacramentale”) e missionari (“in favore degli uomini”)».

Conservare l’unità

Da questo principio di unità discendono tre implicazioni che influenzano l’identità presbiterale. Prima fra tutti l’invito a conservare l’unità nell’esercizio del ministero: «Noi sacerdoti non dovremmo mai dimenticare che l’edificazione della comunità cristiana ha un riferimento esemplare proprio nella comunione del presbiterio diocesano. E la comunione ci lega radicalmente proprio perché ci precede. è all’origine». E l’Arcivescovo ha aggiunto: «Conservare l’unità implica riconoscere che ogni comunità cristiana, ogni aggregazione, ogni attività nella Chiesa è innanzitutto riflesso del tutto a cui appartiene».

Il discernimento come frutto di comunione

La seconda implicazione del principio di unità è il discernimento come frutto di comunione. «Una modalità concreta per educarci alla comunione effettiva ed affettiva propria del presbiterio – ha sottolineato l’Arcivescovo – ci viene offerta dagli incontri nei decanati, dal lavoro nelle parrocchie, nelle diverse unità e comunità pastorali e nel continuo scambio con i vicari Episcopali di zona e di settore, così come coi responsabili e con gli operatori degli uffici e dei servizi diocesani». Sono questi «luoghi privilegiati per l’elaborazione di un discernimento di comunione a beneficio di tutta la diocesi». Un discernimento che non è un semplice scambio, pur intelligente, di opinioni, ma che «matura piuttosto come un frutto del paziente cammino di verifica all’interno di un’autentica vita di comunione».

Creatività e critica

Ma affinché il discernimento di comunione non si riduca ad un mero richiamo astratto sono richieste in ogni presbitero almeno due condizioni: «La prima è la personale auto-esposizione. Nessuno può accostarsi alla verità né comunicarla senza “pagare di persona”, senza rendere testimonianza, perché la verità è vivente e personale». È soltanto a questa condizione che «si accoglie ciò che la storia ci mette davanti. Si diventa autenticamente critici e perciò creativi, disposti come il Buon Pastore a dare la vita».
La seconda condizione «è l’inesauribile disponibilità alla conversione, a lasciare che la direzione del proprio sguardo e del proprio cuore, del proprio giudizio e della propria affezione e quindi della propria libertà, venga rivolta alla Verità vivente e personale che è Gesù, unico ed universale Salvatore e Redentore. Il test infallibile di questo atteggiamento è la disponibilità a farsi fecondare dalla testimonianza dell’altro. Di fronte ad una testimonianza più autorevole, di fronte a un’esperienza ecclesiale vissuta con maggior pienezza, la mia libertà è chiamata a fare un passo di adesione verso la maggior verità intravista, costasse anche la ferita della correzione fraterna».
Il coinvolgimento personale e la disponibilità alla conversione sono entrambi tratti fortemente distintivi della figura di San Carlo, che spesso esortava i presbiteri a non restare abbarbicati alle proprie idee. E il cardinal Scola ha così concluso: «Dalla consapevolezza, quotidianamente ripresa e custodita, dell’origine sacramentale dell’unità del presbiterio, e delle sue implicazioni per la vita e l’esercizio del ministero, scaturisce la carità sacerdotale […] più forte di tutte le opinioni, più forte di tutte le incomprensioni, più forte persino delle umiliazioni».
Nel corso del Pontificale, durante la pregiera dei fedeli, sono state anche ricordate le vittime delle esondazioni di Genova.

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