Redazione

Con don Antonio e Marieta saliamo a Koman. Negli anni Ottanta tutta la zona è stata trasformata radicalmente dalla costruzione di due grandi dighe, che hanno creato due enormi laghi. Koman è sotto la diga più alta. La strada termina a Koman, dalla diga in poi ogni trasporto può avvenire solo in barca o traghetto. Imbarcazioni di ogni genere consentono i trasporti dai villaggi alla strada. Quando è stata costruita la diga, infatti, molti villaggi sono rimasti isolati. Il regime di allora non ha pensato di costruire strade. E così chi è rimasto nei villaggi può solo muoversi a piedi e in barca, anche in inverno.

Koman sorge in un’ampia vallata. Ai tempi della costruzione della diga ci abitavano diverse migliaia di persone. Oggi sono solo poche centinaia. Spuntano, nel paesaggio brullo, solo la chiesa, la casa parrocchiale e la scuola. Don Antonio è il parroco di Koman e di numerosi altri villaggi delle montagne intorno. Quasi tutti questi villaggi non sono raggiungili con l’auto. Piedi e barca sono i mezzi che usa don Antonio. A volte fare il parroco è anche fatica fisica.

La domenica mattina assisto alla messa celebrata da don Antonio. La piccola chiesetta è piena di gente, sono soprattutto giovani. L’aspetto sorprendente di questi villaggi è che sono abitati non solo da vecchi donne e bambini. Ovviamente giovani e uomini sono in minoranza, perché molti sono in città a lavorare o sono emigrati all’estero. Ma la situazione sembra equilibrata. Don Antonio celebra in albanese, durante l’omelia coinvolge i bambini, c’è un bel clima famigliare.

Terminata la Messa conosco un giovane di 21 anni: da cinque anni è in Italia, a Torino. Lavora, ha il permesso di soggiorno e ha trovato la fidanzata italiana. «In Italia», mi racconta, «ci sono arrivato in gommone. Ho rischiato molto, ma adesso mi trovo bene. Torno ogni tanto in Albania solo per stare un po’ con i miei genitori, la mia vita ormai è in Italia».

Nel pomeriggio saliamo al villaggio di Ben. Dopo mezz’ora di viaggio col pulmino rosso su una strada sterrata vertiginosa, ci incamminiamo per circa un’ora su un sentiero in mezzo alle montagna. Il paesaggio è molto bello, si ha l’impressione di stare in mezzo a una natura incontaminata. Di qui non passano turisti, ma solo qualche pastorello con l’asino. Arriviamo a Ben, dalla case escono un po’ tutti, ci raduniamo nella chiesetta. Prima della celebrazione don Antonio confessa. Un papà gli chiede di battezzare il figlio.

Terminata la celebrazione, don Antonio si ferma a parlare un po’ con la gente. Poi è ora di tornare, si sta facendo sera. Nel viaggio di ritorno siamo accompagnati da cinque persone che hanno chiesto un passaggio a don Antonio: anche loro come noi devono recarsi a Scutari. Mentre torniamo il sole comincia a tramontare e i monti, con le rocce che si colorano di rosso, manifestano tutta la loro bellezza.

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