In una basilica gremita di fedeli, fra i quali molti stranieri, il cardinale Scola ha presieduto la celebrazione del Pontificale nella solennità del santo patrono

di Stefania CECCHETTI

Scola_Pontificale Sant'Ambrogio 2011

OMELIA DEL CARDINALE (testo)

Missione e vocazione del fedele sono stati i temi centrali dell’omelia del cardinale Angelo Scola, che questa mattina, in una basilica di Sant’Ambrogio gremita di fedeli, ha presieduto il Pontificale nella Solennità del Santo patrono.

L’Arcivescovo ha subito sottolineato che il 7 dicembre non si ricorda la morte del Santo, ma la sua ordinazione, quasi a rimarcare che il cristiano diventa compiutamente persona solo all’interno della missione per cui è stato chiamato. «Ma nessuno si chiama da sé – ha aggiunto Scola -, e questo emerge benissimo nella vicenda di Ambrogio, “chiamato a servizio” in modo insolito, in seguito al grido di un fanciullo e all’acclamazione della folla. Essere mandati significa essere “presi” per servire il popolo di Dio. Ecco perché noi qui riuniti oggi siamo lieti della presenza dei nostri seminaristi, perché si immergano in questo spirito di Ambrogio e ne traggano insegnamento».

Tuttavia, sottolinea l’Arcivescovo, non solo gli ordinati ma tutti noi, in quanto battezzati, siamo un popolo «santo, regale, sacerdotale», chiamato per questo alla testimonianza. «La nostra identità di figli nel Figlio – ha detto Scola -, emerge da due aspetti, la nostra vocazione e la chiamata alla missione. Due elementi che, insieme, corrispondono esattamente al volto del cristiano». E ha proseguito: «Ci definiamo cristiani perché siamo chiamati a partecipare della vita, che in ogni suo istante è risposta a una chiamata di Gesù». E perché siamo chiamati? «Per poter donare e offrire a tutti la bellezza, la bontà e la verità della compagnia stabile e personale di Dio con noi. Ecco cos’è la missione».

Un compito al quale certo non si sottrae la Chiesa ambrosiana e il cardinale Scola lo sottolinea facendo proprio l’insegnamento del Concilio Vaticano II, attraverso la Gaudium et Spes (45): «Tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all’umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal fatto che la Chiesa è “l’universale sacramento della salvezza”, che svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo». Siamo capaci, si domanda Scola, di credere davvero a questo amore di Dio che sostiene il nostro quotidiano?

Un amore che ci è stato dimostrato da Gesù il quale, precedendoci sulla strada della chiamata e dalla missione, «ci ha rivelato il disegno del Padre, ci ha detto chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, perché amiamo e perché soffriamo». Il Vangelo del giorno ben sottolinea questa missione di Gesù, che si presenta come “buon pastore”.

Il buon pastore ha due caratteristiche: dà la vita per le proprie pecore e le conosce. «Chi ama – ha commentato l’Arcivescovo -, sa che è impossibile farlo senza consegnare nelle mani dell’amato la propria vita. Questo io dico sempre ai giovani: se non donate la vostra vita, comunque il tempo ve la ruberà. È troppo alto il prezzo del trattenere per sé questo dono».

E per quanto riguarda la conoscenza, il Cardinale ha detto: «Gesù, il pastore, ci conosce uno a uno e anche noi, nonostante la nostra fede traballante, conosciamo lui. Conoscenza significa condivisione, fiducia reciproca, ascolto e apertura all’altro. Tutti valori di cui c’è grande bisogno nelle nostre comunità, nelle parrocchie, nelle aggregazioni ecclesiali. E anche nella realtà civile, soprattutto in questo momento di prova».

Tutte le volte che ha incontrato uomini in difficoltà, Gesù è sempre stato in grado di partire dal bisogno per allargare il loro cuore fino al desiderio di Dio. Per questo l’arcivescovo Scola ha ricordato come l’attenzione alle fragilità sia un tratto molto bello delle nostre comunità, che va valorizzato.

Infine, l’Arcivescovo ha richiamato l’attenzione sull’altro elemento che caratterizza il buon pastore evangelico, il fatto che si rivolga alle pecore di “un altro gregge” per guidare anche loro. Un concetto che, secondo Scola «apre il nostro sguardo a 360 gradi e genera una prospettiva di speranza». E rivolto ai seminaristi: «Gesù ci invia a tutti gli uomini e a tutto il mondo».

E un piccolo pezzo di mondo era presente in basilica: confusi tra i volti dei milanesi, a festeggiare il patrono della città, c’erano anche i visi dei tanti stranieri che percorrono le nostre strade.

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