Il Vicario episcopale della Zona III presenta il Decanato - “enclave” nella Diocesi di Como al confine con la Svizzera - nel quale l’Arcivescovo dal 15 al 23 agosto compie la visita pastorale

di Annamaria BRACCINI

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Monsignor Maurizio Rolla, a destra, durante una celebrazione presieduta dall'Arcivescovo

Oggi l’Arcivescovo inizia la sua Visita pastorale al Decanato di Porlezza, che durerà fino al 23 agosto. Monsignor Maurizio Rolla, Vicario episcopale per la Zona pastorale III (Lecco) – nel cui territorio si trova questo Decanato molto particolare – ne delinea il profilo ecclesiale, derivante, in larga parte, ma non solo, dalla posizione geografica. «Porlezza è un’enclave nella Diocesi di Como, al confine con la Svizzera – spiega -. Si tratta di un Decanato interessante grazie ai laboratori d’incontro che realizzano le parrocchie locali, piccole nelle dimensioni, ma abbastanza vivaci dal punto di vista della loro identità. Forse un po’ di fatica nasce dal fatto che sono lontane le une dalle altre e soprattutto d’inverno le distanze, nella configurazione geografica, si fanno sentire».

Porlezza è una delle realtà anche più lontane da Milano…
Sì, tanto che, dal capoluogo lombardo, si deve fare un passaggio dalla Svizzera. Altrimenti occorre arrivare fin sopra Colico o traghettando da Varenna o Bellagio.

Com’è la composizione del Decanato?
Ci sono quattro Comunità pastorali per un totale di 20 parrocchie. I sacerdoti presenti sono sei più un presbitero che si aggiunge nei giorni festivi. C’è anche un diacono permanente con la sua famiglia. Gli abitanti sono circa 13 mila, su un territorio abbastanza vasto che si estende dal lago di Lugano e le montagne verso la Svizzera.

La popolazione è composta per la maggior parte da giovani o da persone anziane? Si registra presenza di stranieri?
La popolazione è abbastanza equilibrata dal punto di vista delle fasce di età. Soprattutto d’estate, si registra la presenza di persone non italiane: tedeschi, olandesi, svizzeri e persino qualche americano. Ho, incontrato anche finlandesi, norvegesi, svedesi che apprezzano molto questa porzione di Lombardia particolarmente suggestiva. Di particolare rilievo e considerazione è poi tutto il movimento di molti frontalieri che vanno in Svizzera a lavorare.

La crisi economica e, ultimamente, il Coronavirus ha segnato anche questa zona?
In parte, anche se la vicinanza della Svizzera ha permesso ai frontalieri di non “fermarsi” del tutto. Forse le criticità sono soprattutto all’interno della vita socio-familiare e parrocchiale. La tradizione qui conta e la gente è molto legata alle proprie parrocchie, alle chiese, al passato. Talvolta si eccede, forse, confondendo la consapevolezza della partecipazione alla vita ecclesiale e di ciò che si fa per fede con il legame agli eventi e alle pratiche che hanno sempre caratterizzato il sentire religioso.

È la prima volta che l’Arcivescovo viene a Porlezza?
È venuto altre volte, ma questa è la prima in visita pastorale. Era venuto, pochi anni fa, anche il cardinale Scola. Questa visita durerà una settimana intera: al di là di quanto si potrà fare in tempi contingentati e di ristrettezze celebrative, resta comunque il segno di una sua presenza capillare e continuativa.

Incontrerà ragazzi, giovani, anziani?
Sì. Vedrà le quattro Comunità, i Consigli pastorali, i Consigli degli affari economici. Sarà presente anche nell’incontro plenario e personale con il clero. Vi saranno anche momenti dedicati ai giovani e agli amministratori locali.

Lei è Vicario episcopale, stretto collaboratore dell’Arcivescovo. Come ha letto la proposta pastorale, con il suo invito alla sapienza, pensando anche a ciò che si è vissuto nel Lecchese?
La declino come una proposta che va a toccare la realtà della situazione che stiamo ancora vivendo. L’Arcivescovo stana quelle condizioni di arrendevolezza, di fatalismo o anche di tristezza, per promuovere il desiderio di rimanere – proprio perché siamo credenti -, dentro la sapienza: un essere sapidi di fronte a ciò che apparentemente, nel tempo presente, ci sembra insensato. È una proposta che ha preso a riferimento un libro della Scrittura non facile come quello del Siracide, coniugandolo nel concreto di oggi e immettendolo, così, in un contesto sociale non semplice, ma che può rivelarsi attrattivo.

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