«Per me ha rappresentato un'esperienza fondamentale, sia per l'attività sportiva, sia per la formazione umana», sottolinea l'ex campione di pallacanestro, che parteciperà alla Giornata di studio in Cattolica l’11 novembre

di Mauro COLOMBO

Antonello Riva
Antonello Riva

«L’oratorio? Per me è stato fondamentale». Detto dal «Nembo Kid» del basket italiano, al secolo Antonello Riva – infallibile cecchino dalla media e lunga distanza, “bandiera” di Cantù e poi “anima” di Milano, campione d’Europa con la Nazionale (di cui detiene ancora oggi il record di punti, oltre a quello delle marcature nel campionato di serie A) – non è poca cosa. Incontenibile sul parquet per carica fisica e determinazione, oggi impegnato nel sociale dopo alcuni trascorsi dirigenziali, Riva parteciperà alla Giornata di studio sull’oratorio in programma all’Università Cattolica l’11 novembre.

Che cosa ricordi della tua esperienza oratoriana?
Ho conosciuto il basket a scuola, in quinta elementare, con alcuni coetanei, insieme ai quali ho poi iniziato a praticarlo al campetto dell’oratorio di Rovagnate, il mio paese. Lì passavamo la maggior parte del tempo libero, praticamente tutti i pomeriggi: mia madre veniva a prendermi quando era ormai buio… Fare sport insieme ai miei amici mi ha avvicinato ulteriormente alla dimensione oratoriana.

Quanta parte del tuo successo sportivo e della tua formazione umana devi alla crescita in oratorio?
Per quanto riguarda il basket, la sensibilità con il pallone e la fiducia di andare a canestro che poi hanno fatto di me un ottimo tiratore sono nate proprio in quei pomeriggi all’oratorio. Quanto al resto, l’educazione primaria è sempre quella che ricevi in famiglia. Però gli anni trascorsi in oratorio, insieme ad altri ragazzi e nel contesto di regole da rispettare, sono stati importanti per la mia educazione. Nel complesso, l’oratorio è stata un’esperienza fondamentale.

Un tempo l’oratorio aveva una sorta di “esclusiva” come luogo di aggregazione e socializzazione, anche in termini sportivi. Oggi deve fare i conti con molti “concorrenti”. Come deve proporsi per continuare a essere realmente attrattivo?
È vero: una volta andavi all’oratorio oppure… andavi all’oratorio. Adesso un adolescente, standosene comodamente seduto in casa, può collegarsi con il mondo intero. Solo artificialmente, però. L’oratorio, invece, può assicurare quel contatto umano, personale, che oggi viene sempre meno. Senza dimenticare la possibilità di svolgere attività fisica, una valvola di sfogo indispensabile proprio in un costume di vita sempre più sedentario.

In oratorio hai conosciuto diversi tecnici e dirigenti. A tua volta sei stato dirigente. C’è qualcosa di quanto appreso dalle figure incontrate in oratorio che hai applicato in quella attività?
Più che altro, agli atleti con cui ho avuto rapporti, ho sempre cercato di trasmettere quanto ho ricevuto dalla mia famiglia e anche dalla mentalità della mia terra, la Brianza: vale a dire che alla base di ogni risultato ci sono l’impegno quotidiano, l’applicazione costante, il sacrificio.

Che cosa porterai della tua esperienza al convegno?
Da qualche anno mi sono allontanato dal basket, ma sono sempre sensibile e disponibile a testimoniare il mio vissuto nello sport, soprattutto se può servire da incentivo ai giovani. Soprattutto sottolineerò che l’oratorio è la sintesi di ciò che un adolescente dovrebbe ricercare: stare insieme ad altri ragazzi, praticare attività fisica, comportarsi secondo regole precise. Elementi da cui attingere insegnamenti importanti anche per la vita di tutti i giorni.

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