“100 imprese per 100 posti di lavoro”: incontri territoriali con le rappresentanze artigiane, di commercio, industria e agricoltura

di Aldo BONOMI
direttore del Consorzio Aaster

Bonomi

Da ormai sei mesi è partita la seconda fase del Fondo famiglia-lavoro sotto la spinta del cardinale Angelo Scola, che ha voluto rilanciare l’iniziativa di mutuo aiuto che il suo predecessore, cardinale Dionigi Tettamanzi, aveva avviato nel contesto del debutto di una crisi che, all’epoca nel 2009, si sperava ancora passeggera, ma che poi è diventata sempre più profonda e per tutti noi interrogante.

Anche per il perdurare di una crisi che erode sempre più quei confini sociali, che un tempo delimitavano il mondo degli ultimi dal grande bacino del ceto medio urbano, esponendo porzioni sempre maggiori di popolazione alla vulnerabilità, si è giustamente ritenuto opportuno proseguire in un’esperienza che tenta, come può, di dare risposte concrete a bisogni sociali sempre più diffusi.

Ad oggi il Fondo ha raggiunto la soglia dei 4 milioni di euro, configurandosi sempre più come strumento mutualistico popolare, dal momento che oltre i tre quarti dei contribuenti sono persone singole.

Non è questa fortunatamente l’unica iniziativa in campo. Ve ne sono di simili portate avanti dalle istituzioni pubbliche, dalle rappresentanze di categoria o da fondazioni.

Il rilancio del Fondo avviene in una fase in cui l’emergenza lavoro si fa sempre più aspra e drammatica, in cui la sindrome dell’“uomo indebitato” si agita come uno spettro maligno nei sonni agitati di tanti. Assistiamo ogni giorno a gesti di disperazione che trovano nel lavoro che non c’è o non c’è più l’elemento scatenante, a conferma del fatto – purtroppo misconosciuto – che il lavoro è ancora fonte di realizzazione e riconoscimento sociale sul quale fare progetto di vita. Siamo inoltre informati che tale disperazione ha quasi sempre a che fare con la dimensione familiare, che diventa teatro tragico di una condizione umana umiliata e offesa.

Nell’ottica di una concezione del lavoro quale esperienza fondante di inclusione sociale, questa seconda fase del Fondo ambisce non solo a fornire, per quanto possibile, l’assistenza minima per affrontare emergenze familiari di prima necessità, ma prova a fare qualcosa per rendere le persone quanto più possibile autonome nella ricerca di opportunità di lavoro e di autoimpiego, attraverso iniziative di formazione mirata e di microcredito.

Sempre nella prospettiva di accompagnare le persone intercettate dal Fondo nel costruirsi reti e relazioni utili all’inserimento in nuovi contesti lavorativi, il Fondo si accinge a lanciare la campagna “100 imprese per 100 posti di lavoro”. Non si tratta certo di un’iniziativa che intende entrare in concorrenza con le agenzie pubbliche di collocamento o con i mediatori privati del lavoro, piuttosto intende aggiungere opportunità di inserimento facendo leva sulla dimensione dei valori connessi a ciò che evochiamo, talvolta in modo indefinito, come coesione sociale.

Nella temperie della crisi proprio gli imprenditori, spesso i piccoli, notoriamente più esposti ai venti della crisi, hanno dimostrato di saper praticare coesione, al di là di ogni astrazione semantica, evidenziando la tenuta dei vincoli di obbligazione morale nei confronti di collaboratori e dipendenti considerati qualcosa di più di lavoratori interscambiabili e senza volto.

Ebbene, la metafora dei 100 posti per 100 imprese, è da prendere su questo lato, quello per il quale sussiste un’idea di “comune destino”, tale per cui l’altro non è strumento ma fine, laddove noi stessi siamo invece strumenti di fini condivisi. La sfida del Fondo, in questo senso è alta, ma alta è anche l’asticella della sfida portata dalla crisi.

Se durante la fase nascente del Fondo, che pure portava con sé istanze riflessive intorno ai temi della sobrietà e della solidarietà, mi è capitato di promuovere il Fondo presso i Rotary o i Lions sparsi per la Diocesi con l’intento di valorizzare il patrimonio personale del Vescovo in un’ottica caritatevole, oggi occorre fare e forse, chiedere, di più. Per questo ci accingiamo a organizzare una serie di incontri territoriali con le rappresentanze artigiane, del commercio, dell’industria e dell’agricoltura per verificare con loro la fattibilità di un consimile progetto di creazione di capitale sociale buono, facendo leva non tanto sulla liberalità individuale, già di per sé ammirevole in questi tempi, ma anche sulla dimensione della sostenibilità sociale della crisi, della quale siamo tutti responsabili, nessuno escluso.

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