L’ultima sessione del Consiglio presbiterale (17 e 18 febbraio) ha lavorato sul significato e sulla funzione di questo organismo, in rapporto con le altre strutture diocesane e alla luce delle indicazioni fornite dal Sinodo minore

di don Luca VIOLONI

Consiglio

Alla Chiesa italiana riunita a Firenze nel 2015 papa Francesco disse chiaramente che stiamo vivendo un cambiamento di epoca e un tempo in cui si richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli. Un tempo, cioè, in cui non può bastare la manutenzione dell’ordinario, ma ci è richiesto un lungimirante coraggio per convertire la nostra vita e riformare anche le nostre strutture.

La nostra Diocesi, nell’orizzonte indicato dal Sinodo “Chiesa dalle genti”, tra le molte sfide si sta interrogando con slancio sulla riforma del Consiglio pastorale decanale e, in generale, del Decanato. Un primo passaggio è avvenuto al Consiglio presbiterale riunitosi lunedì 17 e martedì 18 febbraio. L’argomento, istruito dal documento preparatorio, ha suscitato molti interventi e il nostro Arcivescovo si è lasciato decisamente interrogare, intervenendo più volte anche per rilanciare la discussione.

La domanda di fondo è: a che giovano il Consiglio pastorale decanale e in generale il Decanato? In che senso e a quali condizioni non sono un doppione rispetto alle parrocchie e alle Comunità pastorali? La domanda nasce anche dal fatto che le Comunità pastorali coinvolgono circa il 55% delle parrocchie e una popolazione di 2.720.000 abitanti, pari a quasi il 50% della popolazione diocesana. In altri termini: che cosa mancherebbe, in termini di confronto, discernimento e azione pastorale da parte del popolo di Dio, se non ci fosse il Consiglio pastorale decanale?

Alla luce di queste domande è emerso a più riprese come diventi importante distinguere tra Assemblea presbiterale e Consiglio pastorale decanale: come differenziarli valorizzando e rafforzando la ricchezza di confronto e le capacità decisionali specifiche? Dai molti racconti è emerso chiaramente come tutte le volte che queste due modalità di incontro diventano un doppione nasce una stanchezza e una delusione, sia per il presbiterio, sia per i laici. L’esito di ciò è palese: attualmente in circa la metà dei nostri 73 Decanati non è presente il Consiglio pastorale decanale.

C’è allora da interrogarsi profondamente sul nostro modo di abitare il territorio come Chiesa, perché le rilevanti mutazioni antropologiche e culturali incidono fortemente sul vissuto civile e religioso. Il campo è il mondo e non mancano davvero le possibilità e le sfide da raccogliere. Già il Sinodo LXVII nel 1995 ne indicava alcune molto chiaramente: «…i rapporti con gli insegnanti di religione e la scuola; la pastorale del lavoro; la pastorale della sanità sul territorio; la pastorale ecumenica; le relazioni con le istituzioni sociali e di assistenza» (Cost 161 § 3).

Il Sinodo “Chiesa dalle Genti” ha ripreso e sviluppato queste dimensioni: «Cost. 3. § 1. […] il decanato si occupi di avviare momenti di ascolto e confronto con le altre istituzioni che creano e custodiscono legami: i mondi del lavoro e della scuola, quello dei servizi alle persone, le istituzioni civili e la pubblica amministrazione, il mondo della cura e della salute e quello dello sport. Il Consiglio pastorale decanale curi di organizzare momenti di ascolto e dialogo con i diversi rappresentanti di queste realtà».

Siamo chiamati dunque ad allargare il cuore e la mente e muovere i nostri passi in rinnovate direzioni. In tutto questo, lampada ai nostri passi è sempre la Parola di Dio e in particolare abbiamo scelto di farci illuminare e provocare dal Vangelo di Matteo (Mt 9,10-17), soprattutto dall’affermazione finale di Gesù: «Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Nel cammino verso “vino nuovo in otri nuovi” ci guidi lo Spirito Santo, maestro interiore, luce gentile, fuoco che brucia.

 

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