Redazione

Era il 1967 quando l’arcivescovo Montini scriveva ai “lontani”, in occasione della Missione di Milano, chiedendo loro perdono per la polemica con cui spesso erano trattati dalla comunità cristiana. Sono passati 50 anni, ma l’atteggiamento di critica (anziché di dialogo) con chi è lontano dalla fede è rimasto, mentre al centro di ogni attenzione dovrebbe esserci “il primo annuncio”.

di Domenico Sigalini
Presidente del Centro Orientamento Pastorale

«Cari lontani, se non vi abbiamo compreso, se vi abbiamo troppo facilmente respinti, se non ci siamo curati di voi… se vi abbiamo trattato con l’ironia, con il dileggio, con la polemica, oggi vi chiediamo perdono, ma ascoltateci…».
Così Giovanni Battista Montini – nella Missione di Milano del 1957 – si rivolgeva a quanti chiamava lontani, che non erano stati abbastanza curati, che avevano giudicato la fede dalle persone che la predicano e la rappresentano; coloro che hanno imparato forse ad avere noia, a disprezzare e a odiare la religione; coloro che hanno ascoltato più rimproveri che inviti.
Questi atteggiamenti – che l’allora Arcivescovo di Milano aveva nel cuore e che trasfuse nella sua Missione – sono di un’attualità sorprendente. Anche noi oggi ci accostiamo a gente che non crede e spesso siamo giudici severi, icastici, vogliamo convincere di peccato più che accogliere dialoghi, siamo preoccupati della proposta autosufficiente piuttosto che dell’ascolto arricchente, della presenza piuttosto che della compagnia.

Oggi siamo in un nuovo contesto di mondo. L’Europa stessa in cui viviamo è incrocio di religioni, mentalità, adattamenti e tradimenti di valori e prospettive. Perché la parola cristianesimo ad alcune orecchie suona pericolosa per l’Europa? La fede in un Dio che muore in croce per amore può essere un rischio per i fratelli musulmani? Un Vangelo che dice di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio è pericoloso per la laicità? Sono domande che ogni cristiano si fa per andare alla verità della sua fede. In alcune capitali d’Europa, dopo alcuni decenni, si è vissuta l’esperienza della Missione. Da queste iniziative abbiamo imparato a non temere l’uomo metropolitano, ma a leggere quanta sete di Dio si nasconde dietro le facciate dei palazzi e dentro i consigli di amministrazione della cosa pubblica.

La città, il luogo della decisione del vivere sociale, il luogo dell’approdo di molto pendolarismo, di progetti e di snodi della vita di oggi.
Non ci possiamo adattare a fare belle esperienze di fede nei nostri piccoli paesi, chiamando in causa la dimensione giustamente personale di un rapporto di fede, perché la storia dimostra che il Vangelo ha cominciato a correre nelle città e da qui si è diffuso.

Da sempre la Chiesa e il Vangelo hanno colto che l’impegno più vero e più definitivo per la vita nuova che il cristiano porta è la carità, il piegarsi con amore su tutte le ferite dell’uomo, quelle materiali e quelle spirituali, per offrire speranza e per dire quell’amore di Dio che è Cristo stesso. Una parrocchia è missionaria se vive la carità; la catechesi e i sacramenti hanno senso se chi li vive si offre a stringere legami d’amore e a costruire spazi in cui l’amore toglie dalla solitudine, dalla miseria, dal vizio, dall’adattamento al ribasso.
La rete degli oratori, che in Lombardia è capillare, presenta uno spaccato molto interessante di come ci si può muovere con maestria, scioltezza e creatività nel mondo dei giovani, innescando quella gioia di vivere e di stare assieme per ideali puliti e forti che permettono di vivere una missione permanente nel mondo giovanile, un continuo tenere alto il desiderio della felicità e della convivenza umana.

Entro tutto questo fermento di riflessioni e di esperienze, di punti di vista e di sperimentazioni, troviamo importante andare alla ricerca del cuore del problema che ci consente di focalizzare un’indicazione di fondo. Oggi non si dà vera missione da parte del cristiano e della comunità parrocchiale se la Chiesa non pone al centro del suo slancio o della sua decisione missionaria il “primo annuncio”.
Dove primo non sta per quello che precede in ordine di tempo, ma per il fondamento. Semplificando tanti ragionamenti, si può dire che oggi ogni attività di vita ecclesiale, ogni percorso di fede, ogni progetto catechistico, ogni realtà propositiva della comunità cristiana deve avere il coraggio e la precisione di porre al centro l’annuncio sostanziale ed essenziale: Cristo risorto. Ogni opera di carità deve partire e arrivare lì, ogni celebrazione, ogni devozione, ogni pietà popolare deve essere illuminata dal centro.

Èquesto annuncio che fonda e genera la comunità cristiana, è questo annuncio che giudica tutte le mediazioni che si sono costruite e si costruiscono nella vita della Chiesa. Occorre insomma ripartire sempre dal centro e fare in modo che il centro, il primo annuncio, giudichi e converta, cambi e ricuperi ogni prassi cristiana, ogni religiosità popolare, ogni struttura di partecipazione, ogni tipo di pastorale.

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