Redazione

Nel novembre 1957 la “grande Missione” di Milano cambiò il volto della città, che per un mese si pose in ascolto dei predicatori inviati dall’Arcivescovo Montini. Non furono coinvolte solo le comunità parrocchiali, ma anche i “lontani” dalla fede e alcuni simboli della città come la Scala e la Borsa.

di Antonio Airò

«Nel suo complesso la Missione è stata veramente per la città un appuntamento con realtà profonde e dimenticate. Una pagina degna di una città che non ha avuto soltanto costruttori e artisti, ma anche santi nel suo passato». Il giudizio “a caldo” nella cronaca de Il Giorno, nel novembre ’57, coglieva l’originalità della predicazione straordinaria che l’arcivescovo Montini aveva voluto per dare «una scossa» (la parola è sua) a una Milano segnata da profonde trasformazioni sociali, economiche e culturali, e dove l’annuncio del Vangelo doveva fare i conti con una realtà in cui i “lontani” erano ormai la maggioranza della popolazione.

La “Grande Missione” di Milano viveva i suoi giorni intensi nel novembre del 1957, coinvolgendo quasi 600 mila giovani e adulti in incontri esclusivamente religiosi attorno a un unico tema, “Dio padre”. Milano fu in quel mese una città in ascolto. Era questo l’obiettivo che l’Arcivescovo si era proposto fin dal giorno del suo ingresso in diocesi il 6 gennaio 1955. Rivolgendosi ai 30 mila fedeli che l’avevano accolto, Montini aveva ben presente la vitalità del mondo cattolico milanese, ma avvertiva che la secolarizzazione stava incidendo non poco sulla pelle della comunità cristiana e che relativismo, individualismo, laicismo esasperato, indifferenza stavano prendendo sempre più piede. Erano questi “ismi” – più che l’ateismo o l’anticlericalismo per così dire classici – ad alimentare la crescita dei “lontani”.
«La pigrizia religiosa domina la nostra età – dichiarava Montini nel Pontificale in Duomo per la festa dell’Epifania del 1956, annunciando la Missione nelle parrocchie di Milano -. La faremo allo scopo di ringiovanire la nostra coscienza religiosa, di rinnovarne l’espressione adeguata, di far rifiorire la nostra secolare fedeltà cristiana in forme autentiche di costume sano e forte, di risolvere le difficoltà che la vita moderna solleva per una pratica religiosa seria e convinta».

L’annuncio della Missione – esperienza secolare nella Chiesa – era segnato da alcune novità. Innanzitutto la dimensione spaziale. A essere coinvolta era un’intera metropoli da sempre orgogliosa della sua modernità. La seconda novità riguardava il contenuto della Missione, ciò che doveva essere annunciato in modo corale e non improvvisato dai predicatori. Il tema era “Dio Padre”, quasi messo in sordina dalla pastorale di quel tempo e tale da poter invitare tutti i milanesi, credenti e non. «Venite ed ascoltate!» fu lo slogan ripetuto della Missione. Questa non doveva essere una sorta di conta dei buoni o dei cattivi. Per questo si dovevano evitare predicazioni moralistiche, apocalittiche, apologetiche, devozionistiche. La Missione doveva riuscire invece a far passare il concetto «che Dio è buono, che è necessario, che a Lui arriviamo mediante Cristo. Allora è tutto vinto, tutto ammesso: la Chiesa, i sacramenti, i precetti, il bisogno di confessarsi e di comunicarsi verrebbero da sé».

La terza novità era costituita dal pressante interesse per i “lontani”. Montini aveva ben presente la disponibilità e la generosità del clero e del laicato milanesi, ma riteneva che bisognasse rivolgersi soprattutto a quanti per ragioni diverse si sentivano estranei alla comunità cristiana. A questi “lontani” l’Arcivescovo si rivolgeva con un’apposita lettera nella quale – anticipando non pochi interventi di Giovanni Paolo II – chiedeva esplicitamente perdono. Vale la pena, a 50 anni dalla Missione, ripercorrerne un brano: «Spesso i lontani sono gente male impressionata da noi… sono spesso più esigenti che cattivi… se non vi abbiamo compreso, se vi abbiamo troppo facilmente respinti, se non siamo stati capaci di ascoltarvi come si doveva, se vi abbiamo trattato con l’ironia, con il dileggio, con la polemica, oggi vi chiediamo perdono. Ma ascoltateci… non vi siamo ostili per partito preso, non vi disprezziamo, non desideriamo umiliarvi… Per questo, una volta almeno, lealmente, cari amici, vi invitiamo. Venite alla Missione e ascoltateci! Non altro».

Dopo l’annuncio, per più di un anno la Chiesa di Milano ha vissuto in stato di missione. Con un imponente sforzo formativo e organizzativo (si pensi solo alla ricerca dei predicatori) e con l’Arcivescovo a stimolare parrocchie e luoghi di lavoro («andremo solo dove saremo invitati») e taluni simboli della città (la Scala, la Borsa, il Rotary, il Circolo della Stampa) ad ascoltare. Nei venti giorni della Missione una città si mobilitò. Ma l’1 dicembre 1957 in Duomo, nel trarre un bilancio della Missione, Montini avvertiva: «Bisogna lasciare al seme il tempo di maturare… e non basta seminare per raccogliere, bisogna coltivare e attendere». La cronaca e la storia della Grande Missione si racchiudono in questo richiamo continuo alla speranza.

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