Redazione

Nel Rapporto si parla di pionieri dell’emigrazione, di seconde, terze e quarte generazioni e anche di nuovi migranti che partono dall’Italia: su quelli che ancora partono si sofferma la riflessione di don Domenico Locatelli.

di Domenico Locatelli,
direttore Migrantes per la pastorale degli italiani nel mondo

Un mese fa, un giovane, apparentemente spigliato e sicuro di sé, chiese di incontrarmi. Gli fissai un appuntamento. “Padre, sono venuto dalla Sicilia, perché voglio andare a lavorare in Canada, e cerco da lei un indirizzo o un posto dove potermi appoggiare”. Questa richiesta mi ha messo a disagio. Ho l’impressione che per molti non sia successo nulla in campo delle migrazioni e della mobilità umana. Forse la “disperazione” di situazioni dove la disoccupazione giovanile è altissima, spinge nuovamente a supplicare “raccomandazioni” desuete o a muoversi in una condizione di precarietà che espone al ricatto di ogni tipo, da parte di malintenzionati che non si estinguono mai.

Questa è una nuova fase dell’emigrazione. Non si può più partire alla cieca, non si è più in balìa del destino o della fatalità. I flussi sono programmati, le flessibilità occupazionali esigono sempre più una professionalità che, purtroppo, diventa dramma quando la scolarizzazione è insufficiente. Se rimaniamo ancora in situazione di emergenza è perché ci ostiniamo a considerare le migrazioni, tanto in entrata che in uscita, come problema senza assumerle come una risorsa su cui investire molto e bene.

Sono cambiate molte cose in tema di migrazioni. Anche per l’Italia che è attraversata sempre più dai migranti, quelli che arrivano, quelli che rientrano, quelli che partono, quelli che anche solo attraversano il suo territorio, quelli che approdano e quelli rimandati ai luoghi di partenza, come anche quelli della libera circolazione nella casa comune europea. Molti non ce la fanno a star dentro le regole che non conoscono o che non sempre sembrano fatte per aiutare un’immigrazione “regolare”. Molti rischiano il tutto, anche la vita, spinti dalla speranza che portano dentro di sé, ed accettano pure lo status di “clandestino”, nonostante il rischio di detenzione e di espulsione. Nei cambiamenti profondi e insperati accaduti in tempi recentissimi si constata una grande incertezza ed un po’ di smarrimento: il Rapporto è una novità che cerca di aiutare ad avere idee più chiare o, quanto meno, ad individuare i problemi da risolvere.

UNA NUOVA FASE PER GLI ITALIANI NEL MONDO
E’ cambiato molto il panorama degli italiani nel mondo, come è cambiata la situazione degli italiani rimasti in Italia. Sappiamo molto di più dell’emigrazione, ma forse sappiamo ancora poco degli italiani nel mondo. Abbiamo una memoria molto ricca di testimonianze, quella che non sta rinchiusa nei musei o nell’asfittica sfera celebrativa. Abbiamo un vissuto di migranti ampio un secolo e mezzo e lo possiamo raccontare, comunicare, far conoscere. Non si tratta solo di rivolgerci al passato: questa lunga esperienza ci serve per guardare avanti, per gestire bene il presente, per trovare forza e non lasciarci prendere dalla sindrome dell’invasione.

Pur con altre dimensioni, continuiamo ad essere un popolo di migranti, accanto ad altri popoli europei come noi: romeno, sloveno, croato, polacco. Ci rendiamo conto che questa è la situazione strutturale della nostra Europa. Può essere questa una nuova molla per attivare le grandi potenzialità del Vecchio Continente, portando i popoli a rimettere in moto la costruzione dell’Europa e a scuotere le chiusure degli stati nazionali. Quale Europa e quali europei? Questo resta da decidere: facciamolo anche attraverso le lenti delle migrazioni.

Il Rapporto aiuta a crescere la consapevolezza del valore esperienziale e umano che abbiamo maturato all’estero. Possiamo così imparare a non essere autoreferenziali, a litigare meno tra addetti ai lavori (senza per niente essere seguiti dall’opinione pubblica), a non perdere troppo tempo nel cercare “riconoscimenti” e “posti” quanto a lavorare per essere riconoscibili quali testimoni di una vita vissuta bene e a dare “buoni esempi” che servano alle nuove generazioni e che anche l’Italia consideri preziosi e irrinunciabili. E’ questa la filosofia che ha ispirato il lavoro del Rapporto. Mi piace ridirla con un adagio tratto dal libro dei Proverbi: “I piani dell’uomo diligente si risolvono in profitto, ma chi è precipitoso va verso l’indigenza” (21,6).

Stiamo uscendo dalla limitante posizione del “chiedere” e ci viene chiesto di esprimerci come soggetti arricchiti da appartenenze plurime, per partecipare da “paese Italia”, sempre più complesso e variegato, alla costruzione presente e futura dell’Europa.

Prendiamo il tempo necessario per ragionare e capire chi siamo e come dobbiamo esprimere una nuova presenza come soggetti politici e culturali, finalmente legalmente riconosciuti ma pur sempre in “apprendistato” ed in continua “prova” di credibilità.

Senza dare deleghe in bianco a nessuno, senza lasciarsi prendere da nostalgie e da fantasmi del passato e attraverso le strutture esistenti, gli italiani nel mondo sono chiamati a percorrere un nuovo cammino, in parte sconosciuto e non privo di difficoltà e pericoli.

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