Redazione

Le piccole e medie imprese potrebbero sfruttare le loro conoscenze e abilità per esportare nel mondo i propri prodotti, sia per quanto riguarda il “made in Italy”, sia per quanto riguarda l’eccellenza meccanica e tecnologica cui sono giunte tante ditte italiane. Spesso però le barriere culturali e linguistiche rendono difficile tale espansione. In quest’ottica il ruolo degli stranieri può essere di grande utilità per far avanzare la “barca” Italia, di cui i migranti si sentono oramai equipaggio a tutti gli effetti.

di Otto Bitjoka
Promotore degli Stati Generali dell’immigrazione
e Presidente della Fondazione Ethnoland

NUOVI CAPITALI: LE RIMESSE
L’aumento delle rimesse è il risultato combinato dell’incremento sia della popolazione immigrata sia delle rimesse pro capite. Anche in termini reali, risulta confermato il trend fortemente in crescita dell’ammontare sia complessivo sia pro capite dei flussi. Un fiume di denaro parte dal Belpaese verso i paesi d’origine degli immigrati: queste somme sono cresciute in modo costante negli anni.
Il “Dossier”, attingendo ai dati dell’Ufficio Italiano Cambi, riporta che le rimesse partite dall’Italia nel 2006 sono state pari a 4,3 miliardi di euro, con un aumento del 12% rispetto all’anno: rispetto al 2003, quando ancora non superavano il miliardo di euro (0,7), l’aumento è stato di quasi 6 volte. Per giunta, secondo una ulteriore elaborazione del Sole 24 ore del 18 dicembre 2006, il flusso effettivo di denaro verso l’estero supererebbe 7 miliardi di euro, di cui almeno il 35% passa attraverso canali informali che prendono nomi diversi a seconda delle diverse nazionalità: hawala islamico, hundi pakistano, hui kuan cinese e cosi via. Vi è però da notare che questa valuta in libera uscita nei circuiti informali va ad aumentare le riserve valutarie nei vari paesi d’origine con tutti gli effetti positivi che ciò potrebbe produrre se vi fosse una vera strategia riguardo le politiche d’immigrazione.
Credo che questi capitali aumenterebbero la massa monetaria in circolazione e consentirebbero l’accumulazione del capitale locale da utilizzare negli investimenti nei settori produttivi, creando cosi sviluppo. E lo sviluppo consentirebbe di placare le emorragie dovute all’emigrazione. Questa sarebbe la vera “carta blu”.

INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE PMI ITALIANE
In molti paesi terzi ci sono opportunità interessanti anche per le aziende di dimensioni medio-piccole, sia in alcuni settori tradizionali del Made in Italy ( mobili,moda,calzature,agro alimentare) sia in settori di eccellenza come quello metalmeccanico, l’alta tecnologia , gli strumenti sanitari ecc. Molte aziende dei paesi terzi hanno infatti la necessità di sostituire i propri macchinari diventati ormai obsoleti, e sono caratterizzate dalle crescente disponibilità a investire per accrescere il know how mancante. All’interno di una partnership di reciproca utilità volta a migliorare la competitività dell’impresa italiana e a sviluppare economie di scala e circoli virtuosi, l’immigrato imprenditore può essere una risorsa in grado di identificare i corrispondenti locali per internazionalizzare la produzione favorendone il riallineamento alle caratteristiche della domanda; inoltre può orientare il trasferimento di tecnologia uscente sui mercati locali creando un rialzo di livello nella catena di sviluppo del prodotto, ottimizzando lo swapping di materiale contro materie prime.
Egli è in grado anche di fornire le risorse umane di cui già dispongono internamente le imprese italiane e che non sono ancora riuscite a valorizzare. Fattori cruciali quando si cercano partner lontani sono senza dubbio la necessità di conoscenze per adattare il proprio prodotto ai gusti del mercato locale, il bisogno di avviare una rete di contatti sul posto e di creare gradualmente un management locale. Tuttavia, la distanza,le barriere linguistiche,lo scarso controllo e il limitato potere decisionale, legati al mancato possesso della maggioranza, rischiano di aumentare le probabilità di insuccesso e i casi di fallimento nei tentativi di “ sbarco” su questi mercati.
Ecco allora che gli immigrati imprenditori possono dunque fare da “ponte” tra il nord e il sud del mondo anche attraverso l’impresa per offrire elementi di maggiore 4 conoscenza reciproca. Un potenziale, quindi, non solo di investitori e fornitori di risorse umane qualificate, in quanto formate in Italia, ma anche di ambasciatori che divulgano e rappresentano il made in Italy nei mercati dove è già conosciuto ma ancora assente. Gli immigrati possono costituire un’opportunità di accrescimento per l’economia italiana, in particolare per rivitalizzare settori produttivi in crisi a causa della concorrenza asiatica (si pensi alla colonizzazione cinese del distretto tessile nella zona di Prato).
Ma potrebbero favorire anche un grande cambiamento sociale: sia per il drenaggio nei confronti dell’immigrazione che lo sviluppo di joint venture con i mercati dei paesi terzi potrebbe operare, sia, a livello macroeconomico, per l’effetto a medio termine che un riequilibrio delle economie locali dei paesi terzi avrebbe sul debito estero.
In conclusione, sulla base di queste considerazioni di natura imprenditoriale, ègiusto chiedere agli amici italiani che ci hanno accolto di valorizzare la presenza degli immigrati e le loro virtualità positive, perché di questo ha bisogno il paese. Siamo tutti in una stessa barca e vogliamo adoperarci con voi per arrivare in porto: perciò non vogliamo essere né disprezzati e neppure emarginati, ma chiediamo di lavorare insieme per il bene dell’Italia.

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