L’incontro e il dialogo con il teologo e biblista domenicano ha concluso l’Ottobre missionario promosso dal Centro Pime

di Annamaria Braccini

Timothy Radcliffe
Padre Timothy Radcliffe

Come vivere da cristiani questa epoca segnata da fondamentalismi e populismi? Quale speranza comunicare? Quale fede annunciare? E, soprattutto, come non essere condannati all’irrilevanza? L’incontro di padre Timothy Radcliffe, teologo domenicano di fama internazionale, con l’attento e folto pubblico che si ritrova al Centro Pime per ascoltarlo, e il dialogo che ne segue, è a tutto campo e non nasconde problemi e difficoltà della cristianità del Terzo millennio.  

Aperto da padre Mario Ghezzi, direttore del Centro Pime, e moderato dai giornalisti di Mondo e Missione Anna Pozzi e Giorgio Bernardelli, la serata conclude il tradizionale ciclo dell’Ottobre missionario proposto dal Centro. Con il titolo «Credere oggi nell’era del fondamentalismo», padre Radcliffe – inglese di nascita (attualmente risiede presso la Comunità domenicana dell’Università di Oxford), ma cittadino del mondo, già Maestro generale dell’Ordine domenicano e grande conoscitore di realtà come quella algerina (tornerà nel Paese nordafricano l’8 dicembre per la beatificazione di 19 martiri cristiani – riflette su temi scottanti e dolorosi, come ha fatto anche nel suo recentissimo volume Alla radice la libertà, edito dalla Emi.  

Inizia, il teologo, da un ricordo commosso del cardinale Martini, «un amico, un maestro, un uomo straordinario da cui ho imparato tanto». Poi, l’analisi del nostro tempo: «“Al Qaeda” significa “Il fondamento”, e già questo dice molto. Tuttavia i fondamentalismi sono tanti: c’è quello economico, quello politico, quello religioso, che non è un ritorno al Medioevo, ma è completamente moderno. Un fondamentalismo semplicistico che crede di spiegare tutto, ma vede la realtà in maniera banale, riducendo i problemi complessi a slogan». Non a caso, il già generale dei Gesuiti padre Adolfo Nicolàs ritiene che la più grave minaccia alla civiltà sia la globalizzazione della superficialità: basterebbe pensare che il Presidente degli Stati Uniti comunica la sua linea politica via Twitter. «Il fondamentalismo, in tutte le sue forme, prospera perché il concetto della verità sta evaporando. Nei blog tanta gente spara affermazioni senza preoccuparsi se siano vere o no. È stato il populismo a causare la Brexit e a portare Trump alla Casa Bianca», sottolinea Radcliffe.

Se questa è la situazione, come comunicare la nostra fede «in questo mondo fatto di ideologie che si scontrano nella notte»? Chiara la risposta: «Dobbiamo, anzitutto, capire perché i nostri contemporanei pensano e votano in un certo modo». Insomma, non serve disprezzare, ma comprendere. «Se non facciamo attenzione a ciò che li muove, saremo condannati alla irrilevanza – aggiunge -. Bisogna entrare in contatto con le speranze e le paure della gente. Questo è il compito della fede cristiana in un tempo in cui molti si avvicinano, per esempio, alle sette o a movimenti fondamentalisti perché si sentono lasciati indietro, non hanno voce e futuro, essendo solo numeri e statistiche. Se si hanno incertezze sulla propria identità ci si sentirà attratti da un gruppo che dà sicurezza. Per questo la Chiesa deve dare prova delle persone invisibili e testimoniare Cristo come fecero i martiri trappisti di Algeria».

Da qui l’interrogativo da cui ripartire. Quale identità ci è rimasta? Possibile che siano solo le squadre di calcio? «Nel mondo, crocifisso da grandi diseguaglianze – tanto che i ricchi e i poveri sembrano appartenere a specie diverse -, non sappiamo più chi siamo e lo straniero appare, comunque, come una minaccia. È la paura che alimenta il populismo. Ricordiamoci che la nostra fede è per sua natura ampia e varia, con 24 Chiese oltre il cattolicesimo. Il piacere della differenza sovverte le forme semplicistiche della cultura fondamentalista».

«Quando il tempo sembra cupo, non dobbiamo avere paura della differenza, perché laddove differiamo possiamo imparare dagli altri e insegnare – conclude -. La profondità della nostra fede può essere comunicata solo se recuperiamo la sua dimensione poetica. Un linguaggio piatto e univoco ci rifornisce di polli senza ali, ma non ci lascia intravedere lo Spirito Santo».

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