Nella Basilica di Sant’Ambrogio l'Arcivescovo ha presieduto una celebrazione eucaristica per la comunità educante del Collegio San Carlo, al termine di una giornata di ritiro e condivisione

di Annamaria BRACCINI

Collegio San Carlo, Messa con l’Arcivescovo

La scuola che è la casa dove custodire le parole liete e leggere come «farfalle», rifiutare quelle «dure, appuntite che fanno male», ma soprattutto, offrire la testimonianza della «parola roccia su cui si costruisce la casa». È questo che l’Arcivescovo raccomanda alla comunità educante, docenti e personale non docente del Collegio San Carlo, riunita nella Basilica di Sant’Ambrogio, per la celebrazione eucaristica da lui presieduta all’inizio anno scolastico. Un momento di preghiera dopo un’intensa giornata di confronto che ha visto, in mattinata, la riflessione di don Marco Pozza, cappellano del carcere di massima sicurezza Due Palazzi di Padova.

Prima della Messa l’abate di Sant’Ambrogio monsignor Carlo Faccendini ricorda quanto l’insegnamento sia «una delle avventure più belle e più di difficili, resa ancora più complessa, oggi, dalla pandemia, e come la preghiera possa aiutare perché ognuno ritrovi lo stile e il valore del coinvolgersi facendo squadra per far crescere i ragazzi». Parole cui fa eco il saluto di benvenuto di don Alberto Torriani, rettore del Collegio, che concelebra e dice: «La scuola è come un veliero con tre vele, i docenti, le famiglie, gli studenti e le studentesse. Le chiediamo di guidarci nella preghiera perché ci restituisca la voglia di ascoltare il soffio dello Spirito anche in futuri che sembrano complicati da sostenere». Un “viaggio”, quello di questo grande e tribolato veliero umano, che si nutre – come suggerisce, appunto, l’Arcivescovo nella sua omelia – di parole: «Ci sono parole come zanzare fastidiose e irritanti. Sono le parole amare che esprimono l’invidia e il risentimento, espressioni che mortificano, parole che pungono, battute che vorrebbero essere spiritose e, invece, fanno male perché umiliano magari le persone per un piccolo difetto. La scuola è la casa della parola e all’inizio di un anno bisognerebbe fare il proposito che vengano bandite le parole zanzare».

E poi ci sono «le parole come farfalle: liete, leggere, che svolazzano, che suscitano emozioni, che fanno del bene e che distraggono dal camminare a capo chino; che annunciano come una nuova primavera, passeggere e fragili come le farfalle. All’inizio di un anno dovremmo ragionare su questo, ma bisognerebbe anche vigilare sul dare troppo spazio alle emozioni, perché abbiamo bisogno anche di parole che possono apparire aride e ripetitive, ma che sono i percorsi della virtù».

Infatti, se è vero che vi sono «parole come pietre, dure, appuntite, forti, resistenti che provocano, offensive, che possono causare danni, rompere rapporti con conseguenze drammatiche», talvolta, la durezza può colpire «per denunciare, per correggere, per proclamare i diritti degli altri. Sono le parole che possono costare la vita quando discutono dell’ingiustizia commessa dai potenti. Parole che vengono da Dio, come dice il profeta»

Per questo «la scuola deve essere abitata da una parola che corregge i difetti del sistemi, che educa e che non solo istruisce, informa o predispone a entrare in una società che deve unicamente produrre e guadagnare».

Insomma, la scuola è anche casa della «parola di profezia», dove la casa si regge come su una roccia, con «parole sagge che non seguono la moda, che insegnano la verità e a vivere, che orientano tra bene e male. Parole solide che non hanno bisogno di essere gridate, ma che stanno nelle fondamenta, discrete ma affidabili, punto di riferimento piuttosto che ideologie indiscutibili o bandiere per scatenare battaglie».

Da qui il dovere di ogni comunità educante, «della scuola cattolica e, in particolare, dei docenti cattolici di qualsiasi scuola che hanno la responsabilità della parola come roccia nelle loro convinzioni e nella loro testimonianza». Su questa parola devono poggiare la loro vita e ogni espressione culturale, «consegnandola agli studenti, perché possano resistere alle tempeste», nella consapevolezza che diventare adulti significa assumere responsabilità.

«Siamo invitati a riflettere e a decidere con quali parole parleremo, evitando le parole zanzare, usando con sobrietà le parole farfalle, dicendo quando è necessario parole come pietre, offrendo sempre la testimonianza alla parola roccia su cui sta salda la casa».

E, infine, al termine della celebrazione, l’Arcivescovo, «invocando la benedizione del Signore per tutta la famiglia del “San Carlo”, per questa scuola cattolica prestigiosa», sottolinea ancora la necessità di «raccogliere la sfida educativa che si svolge in questi anni in un contesto particolarmente problematico, ma che insieme ha risorse, energie, aspetti promettenti della vita».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi