Redazione

di Giuseppe Grampa

Perché al termine del suo servizio come arcivescovo di Milano, il cardinal Martini ha scelto di trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Gerusalemme?
Anch’io gli ho posto questa domanda in occasione di una visita a Gerusalemme. Con disarmante semplicità ha risposto così: «Io stesso non conosco bene il senso di questo mio stare qui a Gerusalemme. La mia non è una scelta puramente razionale. Sono qui perché sono attratto a essere qui, perché amo questa città, perché desidero condividere questo tipo di vita e di sofferenze. La mia è una scelta “carismatica”, nel senso che non ha ragioni oggettive. Però certamente è una scelta per me importante».

Ricordo quando al termine del breve pellegrinaggio, l’ultimo, a Efeso, il Cardinale spiegava le ragioni del suo andare a Gerusalemme: «Vado perché “avvinto dallo Spirito”, come diceva Paolo, perché mosso interiormente dallo Spirito del Signore. E vado senza sapere ciò che là mi accadrà. Nessuno sa che cosa può accadere a Gerusalemme. Avvengono tante cose dolorose e strazianti. Gerusalemme è luogo di drammi, di sangue, è luogo di orrore. Ma proprio per questo lo Spirito ci spinge là, proprio per condividere la sorte di questa gente, per pregare con loro e per loro».

Stare a Gerusalemme per essere preghiera di intercessione. Ricordo che una sera in Duomo a Milano in occasione di una veglia di preghiera nei giorni della guerra nel Golfo, l’Arcivescovo aveva proposto come atteggiamento spirituale la preghiera di intercessione e l’aveva così spiegata: «Non prendere parte per l’uno o per l’altro dei contendenti, ma camminare in mezzo alle parti in conflitto, accettando magari di essere schiacciato da una parte o dall’altra, ma amando tutti, pregando per tutti, comprendendo tutti e cercando di tessere legami».

Una scelta “spirituale” o “carismatica”, non suggerita da ragioni di opportunità; il Cardinale ha riconosciuto con franchezza che il lavoro di studio e ricerca che sta svolgendo a Gerusalemme potrebbe svolgerlo altrettanto bene a Roma o altrove.

Stare a Gerusalemme come Mosè sulla montagna: le mani alzate in preghiera. «Posso dedicare molto tempo alla preghiera. Anzitutto per la diocesi di Milano che considero ancora la mia diocesi, la mia famiglia. Faccio passare tutte le zone pastorali, i preti malati, tutte le situazioni che ho conosciuto. Poi faccio passare le intenzioni di questo Paese: la pace, tutte le sofferenze della gente. La mia condizione a Gerusalemme è quella di un pellegrino orante e silenzioso».

La giornata del Cardinale a Gerusalemme dove trascorre 8 mesi e ad Ariccia nella campagna romana dove trascorre 4 mesi, si svolge tra preghiera e studio. Ha ripreso, dopo i 22 anni a Milano, i suoi amati studi biblici e confessa: «Non ho mai lavorato così bene, scientificamente, come ora perché mi ci posso dedicare per intere mattinate: quando ho davanti la pagina del codice, dimentico tutto. E questo lavoro, ne sono persuaso aiuta la Chiesa non meno del lavoro pastorale. Penso che questo sia il mio contributo e ne sono contento perché mi impegna molto e così non avverto il complesso del pensionato che si sente inutile».

Negli ultimi mesi a Milano, più volte il Cardinale aveva detto che nella nostra vita vi sono tempi diversi. Questo, per lui, doveva essere il tempo del bosco, ovvero del raccoglimento e del ripensamento dopo il tempo in cui ci si ci si prepara e ci si forma e il tempo in cui si opera.

Il Papa Giovanni Paolo II, nel messaggio indirizzato al cardinal Martini per i suoi 50 anni di sacerdozio scriveva: «Il Divino pastore ti conceda giorni sereni nei quali potrai dedicarti agli studi biblici, riposarti dai pressanti impegni pastorali e intercedere con la tua preghiera sacerdotale per la pace tra i popoli».

Il Cardinale sta vivendo, alla lettera, questo programma.

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