La via illuminata della rivoluzione polacca è sempre stata quella di una transizione pacata, di una riconciliazione nazionale ispirata a un umanesimo europeista, cattolico, pro Occidente. È presto per bollare la svolta del presidente Kazcynski come autoritaria, ma non va sottovalutata

di Mara GERGOLET

Jaroslaw Kaczynski

Quando Giovanni Paolo II arrivò per la prima volta in Polonia, nell’aprile 1979, lo seguirono in pellegrinaggio in milioni. Anche Marek Edelman, medico, ebreo e ateo, capo dell’insurrezione del ghetto di Varsavia e poi – come si definì nella sua autobiografia – «Guardiano delle tombe del suo popolo», perché anche i pochi ebrei sopravvissuti erano emigrati dalla Polonia. Lui no. Ebbene, il laico Edelman – l’anima non cattolica tra i padri nobili della patria – «che pure non condivideva quell’euforia», ricorda «che in quei giorni c’era un’atmosfera di libertà, di ritrovata dignità, la gente sorrideva». Si può discutere del ruolo di Giovanni Paolo II in quel che successe dopo. Si può ritenere limitata – di questo avviso l’ex premier cattolico Tadeusz Mazowiecki – l’intesa Reagan-Wojtyla e sconfinata solo la forza che il Papa diede a Solidarnòsc. Insomma, si può aspettare che gli storici diano a Cesare quel che è di Cesare e a Wojtyla quel che è di Wojtyla; ma è da lì che si deve tracciare l’arco di una rinascita democratica, pacata e senza pari nell’Est. E vedere oggi dove si è fermata.

Non sono giorni gloriosi per i polacchi. Il Paese è nel pieno di una crisi “costituzionale”. L’ascesa – o meglio la seconda presa di potere – di Jaroslaw Kazcynski, leader del partito Legge e giustizia (ma, dietro a questo, di un mondo ultraconservatore, populista e chiuso), è stata metodica e sistematica. Ha imparato dagli errori. Di quando – in tandem col gemello Lech (il presidente morto nell’incidente aereo di Smolensk, a cui Jaroslaw era legatissimo e nel cui ricordo veste ancora sempre e solo di nero) – si trovò stoppati tutti i suoi più radicali tentativi dai giudici togati della Corte costituzionale. E allora ha iniziato da lì: bloccando le nomine di cinque giudici, inserendone di suoi, stravolgendone il funzionamento con leggi (bocciate dalla Corte stessa), rendendola di fatto inerme e ritrovandosi senza avversari. Ma non è tutto. In pochi mesi ha sostituito i vertici della Tv di Stato, dei servizi segreti e di 13 dei 14 maggiori gruppi quotati in Borsa. Tanto è insaziabile che è intervenuto dove poteva, incluso il celeberrimo allevamento di cavalli Janow Podlaski.

In un recente saggio sull’American Interest Henry Foy ha definito Kazcinski un «maggioritarista»: uno che non capisce perché, ottenuta la maggioranza assoluta dei voti, debba render conto di ogni mossa al Paese, invece che riparlarne tra 4 anni alle elezioni. Come Viktor Orbán in Ungheria o Robert Fico (da sinistra) in Slovacchia, Kaczynski ha una visione peculiare e illiberale della democrazia, anche se da storico, uomo di buone letture e feroce anticomunista, si sentirebbe offeso a essere definito autoritario.

Com’è potuto succedere? Le statistiche non lo spiegano. La Polonia cresce del 3,5% all’anno, è l’unico Paese europeo ad aver evitato la recessione dopo la crisi finanziaria. Ma non sono solo numeri. A Varsavia sono sorti i grattacieli, nei caffè sul lungo fiume i ragazzi conversano come a Londra (quando non ci vivono, perché due milioni sono emigrati), gli artisti come Marek Balka espongono alla Tate e una sorta di rigenerazione urbana, colta, cosmopolita si è estesa da Cracovia a Poznan e a Danzica. Però questa è solo una parte della storia. Parallela a questa esiste la «Polonia di serie B», quella delle enormi pianure orientali, dei milioni di contadini impiegati nelle ex fattorie sovietiche che nessuno è riuscito a riconvertire. E di tutti quelli rimasti indietro. Che non perdonano il gap o che, come Kaczynski, credono che la rivoluzione dell’89 sia stata tradita e rubata dalle élites (e dai comunisti, che sono sempre lì). Che vogliono punire chi se ne è avvantaggiato.

A ben vedere, questa doppia anima della Polonia anti-comunista c’è sempre stata. Perfino in Solidarnòsc (movimento di 10 milioni di persone). Dice Edelman: «Eccessi nazionalisti ci sono sempre stati, dal Congresso di Danzica del 1981. Ma quando si trattava di votare, un angelo protettore scendeva sulla sala. E le proposte della destra cadevano». Anche il mondo ecclesiastico – coalizzato attorno a Radio Maryja di padre Rydcyck, che vanta un’influenza enorme su milioni di ascoltatori – ha alimentato questo spirito intollerante. Quando il cattolico Mazowiecki arrivò a Milano nel 2008, in una cena ristretta parlò proprio di una perdita di fiducia e credibilità nelle gerarchie della Chiesa, perché faticavano a prendere le distanze da questi preti.

In realtà, il capolavoro, la via illuminata della rivoluzione polacca è sempre stata un’altra, opposta. La scelta di una transizione pacata, di una riconciliazione nazionale ispirata a un umanesimo europeista, cattolico, pro Occidente, piuttosto che di una resa dei conti e di una liquidazione dell’avversario (il comunista sconfitto). Quella che pochi anni fa fece incontrare Walesa e il vecchio generale Jaruzelski in ospedale.

Da mesi nelle piazze decine di migliaia di ragazzi e adulti protestano contro Kaczynski. Lui continua ad avere un consenso del 40%. È presto per bollare la svolta polacca come autoritaria, irrispettosa di un popolo che coltiva la memoria e l’eroismo delle sue rivolte. Ma è anche tardi per sottovalutare un’evoluzione che, comunque vada, è uno dei laboratori della futura Europa.

 

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