La memoria viva del Vangelo ci deve aiutare a comprendere il gesto dell’apostolo

di Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

lettera pastorale

I giorni santi che stiamo vivendo ci portano a meditare sulla fede in rapporto con la Passione del Signore. Ci stacchiamo per un momento dalla lettera pastorale Alla scoperta del Dio vicino del nostro arcivescovo Angelo Scola, ma rimaniamo nel solco che ha aperto.

Tra le figure che spiccano nel racconto evangelico della Passione c’è quella di Simon Pietro, discepolo della prima ora e destinato a diventare capo della Chiesa.

Se la consuetudine non ci avesse troppo abituato alla narrazione dei Vangeli, ci sarebbe davvero da meravigliarsi di fronte a un particolare; che cioè tutti gli evangelisti, senza eccezione,a abbiano parlato del suo triplice rinnegamento. Perché non stendere un velo pietoso? Perché non far intervenire una opportuna discrezione su ciò che non risulta onorevole? Forse appunto perché la vicenda di Simon Pietro ha molto da insegnarci sul versante della fede.

Sospinto da un affetto sincero per il suo Signore, Pietro osa entrare nel cortile del Sommo Sacerdote ma proprio qui per tre volte egli dichiara: «Non conosco quell’uomo!». Perché lo ha fatto? E perché tre volte? Ci verrebbe istintivamente da pensare che sia stato per paura, ma questa non sembra essere la risposta giusta. Se così fosse, vistosi scoperto la prima volta egli avrebbe dovuto fuggire. E invece Pietro rimane. Ma il punto riguarda il rinnegamento ripetuto per tre volte: come ha potuto Pietro non accorgersi subito di quello che diceva? Tutti gli evangelisti sono concordi nel rimarcare che solo al canto del gallo Pietro «si ricordò».

Forse il punto sta qui: smarrito più che impaurito, totalmente disorientato e interiormente sconvolto, Simon Pietro non ricordò più quanto il suo Signore gli aveva detto e aveva compiuto in quella stessa cena. La fede ha bisogno della memoria. Anzi, è un mantenersi immersi nella memoria di ciò che Dio ha fatto per noi. Pensiamo anche alla nostra esperienza: ricordare il bene che ci è accaduto è il modo che abbiamo per non disperderlo, riscattandolo all’oblio del tempo.

Ricordare è sempre in verità un rivivere. Attraverso il ricordo la distanza si cancella e ciò che è stato torna ad essere, con tutto il suo carico di sentimenti. Ebbene, Dio ha voluto che questo potesse succedere anche per la sua rivelazione. Divenuta realtà nell’evento decisivo della nostra storia, cioè la Passione del Signore Gesù Cristo, la rivelazione di Dio può e deve essere ricordata. I Vangeli ci sono stati donati per questo: per ricordare e quindi rivivere. Ma c’è di più: il ricordo della Passione di Cristo trova per il credente il suo vertice in un gesto liturgico carico di mistero, che ci fu donato da Gesù con queste parole: «Fate questo in memoria di me!».

 

da Avvenire,30/03/2013

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