La reazione della Diocesi alla notizia della convocazione del Vaticano II

di Antonio AIRÒ

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Sarà il maggiore, questo Concilio, che la Chiesa abbia mai celebrato nei suoi venti secoli di storia: per la confluenza spirituale e numerica, nell’unità della sua gerarchia; sarà il maggiore per la cattolicità (universalità) della sue dimensioni, veramente interessanti tutto il mondo geografico e civile. La storia si apre con visioni immense e secolari ai nostri sguardi…». Il 26 gennaio 1959, giorno successivo all’annuncio di Giovanni XXIII di indizione di un Concilio ecumenico, l’arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, superando probabilmente la sorpresa iniziale per la decisione del Papa, manifestava in un messaggio alla Diocesi con questo giudizio, il suo consenso pieno rilevando («le visioni immense e secolari») la novità di un’assise che avrebbe condotto a Roma i vescovi di tutto il mondo.

Di qui il suo invito all’intera comunità cristiana, soprattutto ai fedeli ambrosiani, a pregare intensamente per la riuscita del Concilio. Chiamato, come mai era successo in passato, a leggere i segni dei tempi in una società sempre più secolarizzata e nella quale la voce della Chiesa – anche quella milanese, nonostante la presenza diffusa di tante iniziative culturali, sociali, assistenziali, economiche, di un clero numeroso e attivo, di un laicato organizzato e impegnato non solo in periferia, ma anche nella metropoli – suonava sempre più afona e lontana.

Che cos’è la Chiesa? Cosa fa la Chiesa? Queste le domande, secondo l’Arcivescovo, alla quale il Concilio avrebbe dovuto rispondere. Impresa non facile. Ancora pochi mesi dopo, mentre la commissione centrale che stava predisponendo i testi che i vescovi avrebbero dovuto accettare quasi senza discutere, Montini avvertiva: «Attenzione! Manca, o almeno non è annunciata, l’esistenza di un disegno, organico, ideale del Concilio… Il materiale preparato non assume architettura armonica e unitaria; non assurge a fastigio di faro, sul tempo e sul mondo».

Occorreva cambiare passo. E Montini lo avrebbe fatto nel suo ruolo di vescovo di Milano. Da una parte avrebbe espresso sui testi inviati a Roma le sue osservazioni e le sue proposte circa i temi che avrebbero dovuto essere affrontati da una Chiesa «che si riunisce, che vuol prendere coscienza della sua cattolicità e della sua unità; la Chiesa che vuol ribadire le sue leggi, i suoi propositi, la Chiesa che vuole pregare insieme; la Chiesa che vuole farsi vedere di più in mezzo al mondo e farsi sentire come “anima” del mondo. Il Concilio si prospetta con questi grandi presagi».

Dall’altra, l’Arcivescovo di Milano in una Chiesa ambrosiana nella quale la novità di un Concilio pastorale faticava ad essere “masticata”, per tutta una serie di ragioni storiche, culturali, si fa maestro informale. Durante le visite pastorali nelle parrocchie, negli incontri con l’associazionismo cattolico, nei tanti convegni di questo periodo precedente l’apertura vera e propria del Concilio, si fa maestro di una Chiesa che ritorna alla centralità della Parola di Dio, cioè alla Bibbia («dovremo mostrarci più devoti e più studiosi della Sacra scrittura» dirà il 10 marzo 1960); che vive la liturgia come momento di partecipazione sentita di tutta la comunità cristiana nella celebrazione dell’Eucaristia; che guarda con stile diverso e grande attenzione ai fratelli cristiani separati, alle altre confessioni religiose.

E tra i segni dei tempi da cogliere Montini collocava anche la proposta concreta – in una Diocesi segnata da immigrazione crescente, da un aumento dei lontani dalla Chiesa, in una Milano che cambia pelle – di costruire 22 nuove chiese per ricordare i 22 Concili ecumenici.

Questa funzione magisteriale l’arcivescovo Montini l’avrebbe accentuata nelle «lettere dal Concilio» che, dal 13 ottobre al 2 dicembre 1962, avrebbe inviato, tramite il quotidiano L’Italia, ai fedeli ambrosiani facendosi cronista della prima sessione. Poi, divenuto Papa avrebbe guidato il Concilio fino alla conclusione nel 1965.

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