Due giorni di dibattito presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale: interventi del preside monsignor Pierangelo Sequeri, Bruno Seveso, Giuseppe Angelini e altri esperti e studiosi

Quest’anno il tradizionale convegno di studi organizzato dalla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale dal titolo «“In gesti e parole…”. La fede che passa all’atto» si collocava sulla scia delle riflessioni nell’Anno che Benedetto XVI ha dedicato appunto alla fede. Un dibattito a più voci, quella del 19 e 20 febbraio scorso, introdotte dal preside monsignor Pierangelo Sequeri, che ha detto tra l’altro: «Abbiamo imparato tutti che la Parola di Dio non si lascia rinchiudere nelle parole e nei significati delle parole dell’uomo». E a ha aggiunto: «Non deve essere oscurato il legame della parola con lo spessore della vita in cui essa passa all’atto e si fa evento, apre la realtà all’attesa e sigilla l’avvento di Dio».

La parola è poi passata a don Bruno Seveso che ha parlato delle diverse forme di cristianesimo. Certo «la sensibilità moderna per la libertà del soggetto», ha ammesso, porta i credenti a costruirsi una fede «su misura», a volte a percepirla come semplice «sentimento» che non necessita di «forme esteriori», come fosse qualcosa di intimistico. Invece «la fede cristiana ripropone la questione di Dio, osa pronunciarne il nome e professare il suo intervento nella storia degli uomini e del mondo».  

Dopo gli interventi di don Giuseppe Noberasco sulla “possibilità” della fede nella vita del mondo, quello di don Roberto Vignolo sulla fede nel Figlio come “opera di Dio” e di don Stefano Romanello sulla fede «in rapporto alla pienezza di Cristo», il microfono è passato a mons. Giuseppe Angelini che ha affrontato il tema del rapporto tra «forma morale e forma rituale». Se da una parte la fede per esprimersi «ha bisogno del rito», ha detto, dall’altra le forme rituali sono anche «un rischio». Ma la categoria del rito è stata un po’ dimenticata e oggi si coglie una «distanza» che affonda le sue radici in epoca moderna. E questa distanza, ha chiarito Angelini, «pesa anche sulle forme della prediacazione morale». E così oggi anche «i valori, come le stelle in cielo, sono fuori dal mondo». Eppure «la comprensione cristiana dei comandamenti di Dio non è idealistica». «Ignorare il legame tra forma morale e forma rituale della fede vuol dire disporre lo spazio per il fraintendimento dell’una forma e dell’altra; la dislocazione dei due temi, e addirittura la loro contrapposizione, pregiudica in radice la possibilità di comprenderli nel genuino significato cristiano».

L’ultima relazione del 20 febbraio, dopo due giorni di dibattito, l’ha tenuta don Giovanni Trabucco che ha messo in evidenza in particolare la conoscenza e l’esperienza della fede, approfondendo quindi il tema del “sensus fidei”.  

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