Dal Discorso alla Città all’attentato di Strasburgo, dai rapporti con l’islam al pericolo di fare degli stranieri un capro espiatorio, fino alle forme di sollecitudine verso gli ultimi: questi i temi trattati dall’Arcivescovo nell’ultima “Telefonata” radiofonica

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3P: i giovani di Azione Cattolica si prendono cura dei senza dimora

«Nella Chiesa non ci sono stranieri, coloro che riconoscono un’appartenenza alla fede cristiana sono tutti fratelli e sorelle. Questo è un primo seme di pace che viene seminato anche nell’umanità». Lo ha detto l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, la settimana scorsa, nella Telefonata con Fabio Brenna su Radio Marconi.

Ripartiamo dal suo recente Discorso alla Città, con il ripetuto invito: «Siamo autorizzati a pensare». Nei giorni scorsi è tornato a fare irruzione l’incubo del terrorismo con l’attentato di Strasburgo. Anche di fronte a fatti come questi, che hanno spezzato vite umane, «siamo autorizzati a pensare»?
Ancora di più siamo nel dovere di non lasciarci prendere da reazioni emotive, istintive, che sono inevitabili. Quindi la rabbia, lo sdegno, ritenere insopportabile un comportamento come questo evidentemente è spontaneo per tutti. Tuttavia la nostra “autorizzazione a pensare” ricorda che non si può lasciarsi trascinare da queste dimensioni emotive e istintive. Se vogliamo cercare un rimedio, un argine, una proposta in alternativa, dobbiamo pensare, darci una possibilità di interpretare il fenomeno, trovare correttivi razionali.

Saremmo di fronte nuovamente a un prodotto del fondamentalismo di matrice islamica. C’è qualcuno che evoca per forza la contrapposizione frontale, l’impossibilità di ogni confronto. Anche col mondo dell’islam siamo «autorizzati a pensare»?
Certo, perché il mondo dell’islam è un continente molto vario, complesso, appiccicare un’etichetta di fondamentalismo a milioni di persone mi sembra una forma di ottusità. Certamente anche il mondo islamico deve pensare: ci sono tanti fedeli di questa religione che si interrogano, che distinguono, che argomentano. Dobbiamo chiedere all’islam di non tollerare nell’interpretazione della religione azioni che sono inconciliabili con la visione di un Dio misericordioso.

L’attentatore di Strasburgo è nato in Francia, ma di origine straniera. Questo marchio sembra rimanere per sempre. Nel Discorso lei ha parlato proprio di una ricerca del capro espiatorio negli stranieri; più in generale si avverte una crescente ostilità nei loro confronti. Come si può disinnescare questo pericoloso meccanismo?
Prima che essere di origine italiana o di un altro Paese, siamo figli di uno stesso padre, abbiamo un’unica origine, un unico destino. Quindi questa definizione di straniero è una comoda definizione di esclusione o di estraneità, ma non ha fondamento. Nell’organizzazione di una città, per la convivenza bisogna trovare quelle forme che chiamerei di buon vicinato: le persone abitando vicine ad altre non si escludono, ma cercano una relazione. D’altro lato ci sono aspetti istituzionali, procedurali, legislativi che devono essere considerati e precisati per essere fondamento di un vivere insieme che non generi mostri.

Con questo c’è bisogno però anche di un atteggiamento nuovo per vedere i volti invisibili che abitano e popolano le nostre città…
È un atteggiamento abbastanza presente nella comunità cristiana. Ci sono tantissime forme di sollecitudine, di vicinanza, di desiderio di relazione con tanti che vengono chiamati invisibili, nel senso che sembra quasi che i passanti non si rendano conto di alcune presenze, di persone che non hanno fissa dimora, che non hanno condizioni igieniche per vivere. In realtà, insieme con il passante sbadato o indifferente, esistono anche molte forme di attenzione, di sollecitudini, di premure che considerano queste persone come fratelli e sorelle che devono essere assistiti. Tuttavia l’assistenza è soltanto una piccola cura palliativa, che non risolve il problema, ma che almeno fa sentire che la città non è indifferente.

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