Arrivati con i ponti aerei e ospitati a Casa Suraya, presto inizieranno l’iter per il riconoscimento quali rifugiati politici. Dalle parrocchie già diversi segnali di disponibilità all’accoglienza e all’accompagnamento di chi arriverà da Kabul

di Francesco CHIAVARINI

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La macchina della solidarietà della Diocesi si è messa in moto per dare assistenza ai profughi afghani arrivati in Italia con i ponti aerei organizzati da Kabul nella seconda metà di agosto.

«Nei giorni scorsi la Prefettura ci aveva chiesto di preparare i due appartamenti che avevamo messo a disposizione. Così venerdì notte, quando alla fine sono arrivati, era già tutto pronto. Li abbiamo suddivisi negli alloggi e la mattina dopo abbiamo offerto la colazione e distribuito il ricambio degli abiti», racconta Rosy Arricale, l’operatrice della cooperativa Farsi Prossimo, che nel fine settimana tra il 3 e il 5 settembre ha aperto la porta di Casa Suraya, il centro di accoglienza di via Padre Salerio a Milano, che ha dato ospitalità a 14 profughi provenienti dal Paese orientale.

Arrivati grazie a uno dei ponti aerei organizzati dal Governo italiano, gli afghani sono stati assegnati dalla Prefettura alla Cooperativa Farsi Prossimo promossa dalla Caritas Ambrosiana, dopo aver trascorso la quarantena nell’hub di prima accoglienza gestito dalla Croce Rossa e dalla Protezione civile ad Avezzano. Giunti a Milano nella struttura di accoglienza, sono stati suddivisi negli alloggi: la famiglia più numerosa (composta da 8 persone, di cui 5 bambini) in quello al piano terreno, gli altri (3 coppie, di cui una composta da un fratello e una sorella) in quello al piano superiore.

«Stiamo facendo conoscenza. Sono ancora frastornati dalla situazione che hanno vissuto. Sono scappati letteralmente dalla sera alla mattina. Sono chiaramente felici di essersi potuti mettere in salvo dal regime dei talebani. Ma non sanno che cosa potersi aspettare dal nostro Paese», spiega la Arricale.

Troveranno un lavoro, una casa, degli amici? Certamente la loro nuova vita dovrà passare dal riconoscimento dello status di rifugiati politici. La prossima settimana sono già fissati i colloqui in Prefettura per presentare la domanda di asilo. Se la risposta sarà positiva – come pare abbastanza scontato, considerata la situazione del Paese e le circostanze con cui sono giunti da noi – entreranno nel programma di protezione che prevede corsi di italiano e riqualificazione professionale. Un cammino lungo dagli esiti sempre incerti. Come è quello di ogni esule.

In questi giorni ad attivarsi è stata anche la Comunità pastorale Paolo VI a San Giuliano Milanese dopo che la Prefettura ha inviato altri 44 afghani nel centro di accoglienza del Comune. «Ci ha convocato il sindaco e abbiamo fatto subito una riunione per capire quali saranno le prossime necessità – spiega il parroco, don Luca Violoni -. Se rimarranno da noi, non basterà offrire a queste famiglie un alloggio. Bisognerà accompagnarle. Noi stiamo facendo una splendida esperienza con una famiglia di nigeriani che è diventata parte della nostra comunità: il papa è la mamma sono cattolici, frequentano la Messa, mandano i figli all’oratorio. Pur nel rispetto delle differenze religiose, siamo pronti a fare lo stesso anche con questi nuovi ospiti».

Ma sono diverse le parrocchie che si sono fatte avanti. «Su richiesta delle Prefetture di Milano, Monza-Brianza, Varese e Lecco stiamo cercando soprattutto appartamenti. Senza che nemmeno iniziassimo a telefonare ai parroci, ci sono già state offerte 5 strutture. Stiamo continuando a sondare disponibilità, oltre che di spazi anche di volontari, e le risposte sono incoraggianti», afferma Chiara Colombo, dell’area migranti di Caritas Ambrosiana.

Gli appartamenti saranno messi a disposizione delle Prefetture. Le quali, se lo riterranno necessario, stipuleranno delle convezioni con le cooperative della Caritas che ne assumeranno la gestione. In questo modo le strutture entreranno a far parte del sistema di accoglienza statale. Come è accaduto in passato per altre emergenze, i volontari avranno un ruolo decisivo per favorire l’inserimento nelle comunità dei nuovi arrivati.

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