Nella celebrazione presieduta dall’Arcivescovo in Duomo alle 9, 23 candidati diventeranno sacerdoti dopo il rinvio di giugno per la pandemia. Don Fabio Molon, vicerettore del Quadriennio: «Questo periodo li ha aiutati a custodire e a purificare il desiderio»

di Ylenia SPINELLI

Don Fabio Molon
Don Fabio Molon

Dopo un’attesa durata più del solito, a causa della pandemia, sabato 5 settembre l’arcivescovo Mario Delpini ordinerà in Duomo 23 candidati al sacerdozio (ai 22 seminaristi ambrosiani si unisce un diacono nicaraguense, Esler Salatiel Miranda Cruz), durante una celebrazione solenne che avrà inizio alle 9. Don Fabio Molon, vicerettore del Quadriennio, che negli ultimi anni di formazione in Seminario ha seguito da vicino i diaconi, ci presenta questa numerosa classe.

Come i diaconi hanno vissuto i mesi di attesa?
Credo che i mesi estivi siano stati intensi per i diaconi. Come tutti, anche loro hanno dovuto rileggere il tempo del Covid, a livello personale, sociale ed ecclesiale. Sono stati mesi in cui custodire la tensione spirituale di affidamento e di consegna alla volontà del Padre, con l’atteggiamento di obbedienza e di fiducia che è tipico del discepolo. Il 27 giugno hanno ricevuto la destinazione definitiva e queste settimane sono state l’occasione per inserirsi nelle nuove comunità e vivere il passaggio di consegne con i loro predecessori.

L’attesa, il ritorno a casa per via della pandemia e lo stare in famiglia sono stati un valore aggiunto per questa classe di candidati?
L’attesa, se non scade in rivendicazioni pretenziose, aiuta a custodire e a purificare il desiderio. Questo posticipo non è frutto di qualche strano calcolo, ma conseguenza del dramma che tutto il mondo ha vissuto e sta vivendo. Questo cambio di programma ha voluto dire per i candidati partecipare alla sofferenza e all’incertezza che tutti abbiamo attraversato, ma anche saper riconoscere la stabilità di quella Roccia sulla quale hanno deciso di fondare la loro vita. Lo stare in famiglia si è limitato a qualche settimana, dall’uscita dal Seminario con tampone negativo alla riapertura dopo il lockdown al 3 maggio: da lì in poi sono tornati tutti nelle parrocchie in cui stavano svolgendo il loro ministero diaconale.

Crede sia mancato qualcosa alla loro preparazione in vista del ministero?
No, non credo. È mancato un congedo tranquillo dalla comunità del Seminario, sono mancati gli ultimi mesi di vita comunitaria. La formazione è continuata attraverso le lezioni e gli incontri su Zoom. Soprattutto non è mancato l’esercizio del ministero che invece quest’anno è stato particolarmente intenso e impegnativo; non è mancato il confronto con il presbiterio locale, con il quale hanno condiviso questi mesi trepidi; non sono mancati momenti di condivisione tra loro per raccontare quanto stavano vivendo.

Come vede questa classe?
È la classe più numerosa presente in Seminario in questi ultimi anni e come tale ha in sé la ricchezza della diversità e della varietà, sia per età, sia per provenienza ecclesiale. È una classe che ha sempre testimoniato una grande vivacità intellettuale e spirituale all’interno della comunità del Seminario, raccogliendo così la simpatia e la stima di tanti. È una classe che, come le altre, ha imparato a conoscersi e a plasmarsi nei vari passaggi del cammino seminaristico, scoprendo che fraternità e comunione non sono acquisizioni ovvie o a basso costo, ma chiedono l’esercizio costante della conversione personale e la scelta perseverante della benevolenza.

Non per tutti il sacerdozio coinciderà con la missione in parrocchia…
Il Vescovo ha chiesto a due di loro, don Francesco Castiglia e don Samuele Ferrari, di continuare a studiare dopo l’ordinazione presbiterale per mettere a servizio della Chiesa diocesana la loro intelligenza e le loro capacità.

Nonostante le difficoltà organizzative, dal 18 al 21 agosto, non è mancato il pellegrinaggio a Roma e l’incontro con il Papa. Che significato ha questo tradizionale appuntamento?
I candidati al presbiterato, come tutti i pellegrini, vanno a Roma per «videre Petrum», professare la fede degli apostoli e dei martiri sulla tomba di San Pietro e incontrare il Papa, ascoltare la sua parola, raccogliere il suo esempio, confermare in lui l’amore per la Chiesa.

Cosa augura a questi ragazzi in vista del ministero?
L’augurio è quello espresso dal loro motto: «Perché il mondo creda». Auguro loro di essere testimoni autentici e credibili dell’amore di Dio: le loro parole, i loro gesti, le loro scelte possano raccontare le grandi cose che Dio opera nella storia, così che chi li incontra possa essere incoraggiato a fidarsi di Gesù e credere nell’amore salvifico del Padre.

 

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